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giovedì 20 novembre 2014

Leh. Verso Rishikesh.

Leh. Come ho detto una città particolare. Decisamente non bella, essenziale, con una magia tutta sua. Spendo i primi quindici giorni a cercare di capire come sopravvivere e come battere questo coso. Cerchiamo di contattare il primo medico che mi ha aiutato a Kasol, lui sapeva cosa fosse, non ricordo il nome ne l’antibiotico che mi ha dato. Sto male, poi scopriamo che in ogni caso, basta mantenere l’idratazione e i minerali, resti in vita, non c’è quel pericolo, perché le amebe bastarde, vogliono rimanere in vita anch’esse. Quindi quanto ti portano troppo giù se fermano qualche giorno e ti fanno rifiatare. Ci sono stati giorni in cui non avevo forze per camminare.
Poi unendo tutti i sintomi, tra cui una nuovissima intolleranza ai latticini, molto forte e ovvia, località di contagio e informazioni varie su internet esce fuori che è una ameba appunto, ma la Giardia. Non ci possono essere dubbi, nessun altra combacia con tutti i segnali. Troviamo l’antibiotico associato.
La vita sembra ricominciare. Piano piano, un po' di forze tornano, non so quanto sono arrivato a pesare, so che quando mi sono un po' ripreso, un mese dopo ho trovato una bilancia che segnava 57. Io sano sono 1,80 per 68, kili, comunque un tipo magro. 11 Kili di meno e forse sono stato anche meno, sono una lastra.
Dopo il non far più o meno nulla per 15 giorni tranne un paio di passeggiate, decidiamo di buttarci in Nubra Valley, Ladak del nord, poche ore di macchina, passando per il Kardoung La, L’attuale passo più alto del mondo. Ai confini con il Pakistan. Una valle fuori dai canonici concetti di bellezza. Strepitosa, dune di sabbi a oltre 3000 metri. Cammelli, dico cammelli, quelli a due gobbe, sull’Himalaya! Macchie di vegetazione sporadiche, ma grandi. Un fiume che solca questi cento chilometri di valle. Arriviamo a Diskit e prendiamo un bus per Hunder, una notte, con 38 di febbre per me, dato dallo stress, non da altro, lo sento, anche perché sono sotto antibiotico e il mio fisico lo conosco. Infatti la mattina mi sento bene. Bene, contando tutta la mia situazione.
Il giorno dopo altro passaggio fino a Turtuk a sei chilometri dal Pakistan.
L’ultimo villaggio a cui uno straniero può accedere in questa valle. Un gioiellino indiano, dalla cultura musulmana sul tetto del mondo. Non sulla parte più alta, ma sempre sul tetto. Due giorni e si torna indietro. Io capisco che sono in ripresa, ma non sono assolutamente guarito. Il parassita è li. Lo sento.
La mia fortuna è incontrare un inglese, che organizza viaggi in moto qui in India e nei suoi vent’anni di viaggi in questo sub continente ha preso la Giardia 4 volte. Qui mi spiega cosa devo fare, l’esatto antibiotico e la dose che mi assicurerà la vittoria sull’ameba bastarda. La vittoria non sarà senza vittime, il mio sistema immunitario, non ti dico al completo, ma quasi.  Si torna a Leh, un paio di gironi spesi a vedere in maniera più attiva la città e via di nuovo a Manali, dov’è ad attendermi Aretha Ganesh, la moto. Oren, tornato a Manali una settimana prima di me, ha trovato il modo di fermare qualcuno a Sarchu e con i soldi, circa sessanta euro, l’ha convinto a caricare la moto sulla Jeep per  poi farla scaricare direttamente dal meccanico, a cui darò altre sessanta euro per rimetterla a posto.
Leh-manali in furgoncino con altre 8 persone. 16 ore tutte d’un fiato e non propriamente comodissimi, partenza all’una di notte, davvero un viaggio.
Da manali ovviamente scappiamo in un paio di giorni. Direzione Kasol, Mother Parvati, che ormai è un po’ casetta. La Parvati valley è uno di quei posti nel mondo che sento un po’ casa. Come Koh Tao, come Brisbane.

E’ ora di salutare la quella che sarà l’ultima amante di questo viaggio Indiano, ok, a dir la verità è stata più di una “travel lover”, ma in fin dei conti son dettagli, etichette. Addio Sophia, non credo ci vedremo più in questa vita, ma tutto è possibile. Ora anche per me è arrivato il momento di lasciare i miei amici qui in Parvati, l’Himalaya e la sua immensa potenza, Malana e gli altri villaggi. Tanto a casa, gira gira, si torna sempre, è solo un Ciao. In sella ad Aretha per la penultima volta, direzione Rishikesh, con sosta notturna nei pressi di Shimla.

mercoledì 19 novembre 2014

Manali-Leh in moto... continua

[...]
Fermi tutti ho il cavo di ricambio. Ragazzo saggio.
Non so cambiarlo.
So farlo io! Esclama un sorridente ragazzo indiano, facente parte di un gruppo di sei sedicenti (!?) ragazzi di Delhi, con la macchina rotta due chilometri più avanti.
Lo lascio fare, sapendo bene che qui in India più o meno tutti sanno mettere le mani su una Royal Enfield.
Lui non ci riesce, manca qualcosa.
Allora aspettiamo. Sofia nell’attesa trova un passaggio per andare alla caserma militare dove, sicuramente, ci sarà un meccanico.
Nel frattempo io trovo un ragazzo che dice di saper perfettamente riparare una moto, in caso abbiamo tutti i pezzi. Lo porto alla tenda, e dopo due minuti mi dice che non si può fare, manca l’ago del carburatore.
Come fa a mancare l’ago del carburatore (il carburatore ha un ago!????) era accesa venti minuti fa, ci ho girato.
Allora qualcuno ha fatto qualcosa. Allora l’amico Indiano, il primo, ha fatto un danno, ha perso l’ago, anche se effettivamente, come ha fatto a perdere quest’ago, non si sa.  Sta di fatto che senza quest’ago…
Arrivano i militari, sofi dietro in moto con qualcun altro, perché le donne non possono salire su mezzi militari Indiani. Ovviamente non ci sono donne militari in India. Non sono ammesse, credo. Questa ragazzina di 19 anni, bella come un angelo, è riuscita a far muovere, l’esercito. Un camion e tre militari di cui uno Sikh, si presentano. Lei felicissima, racconta di esser stata accolta alla grande, le hanno offerto succo di mango, ha parlato al telefono col comandante… E’ venuto il meccanico. Niente, senza ago non si muove, esercito o non esercito. Avremmo potuto smuovere la NATO. Ci vuole un cazzo ago. O si torna in qualche modo indietro a Keylong, arriviamo stasera, e torniamo domani sera, o lasciamo la moto qui e in qualche modo faremo, manderemo a prenderla, o magari troviamo un modo per rispedirla a Manali. Non avendo trovato in un paio d’ore posto su un tir per caricarla. Nessuno si arrabbia, nessuno perde la pazienza. Non ci si lamenta, si guarda la perfezione dell’universo, ci si incuriosisce e ci si butta in questa nuova avventura. Metà viaggio in moto, meta autostop sui tir. Il modo più lento e comodo di viaggiare in India. Praticamente gratis. Comodi, perché in india, a parte il sedile del conducente, tutta la cabina è coperta, sempre, da un cuscino-materasso. Comodissimo. Partono i Chillum e si "bumma" l’Himalaya e la potenza di Shiva, cristallina da queste parti. Fermata notturna a Pang, 4600 metri. Passati altri due passi. LA notte è tranquilla, sotto grandi coperte, il giorno dopo i nostri amici partono presto, noi decidiamo di prendere il primo tir che passa e va fin su. Lo becchiamo dopo un oretta. Più silenzioso e leggermente più veloce del primo. Lui non parla assolutamente inglese.  Il primo un po’. Cerco di farmi valere con il mio indiana, ancora poca cosa, ma qualcosina qui e li incastro, un po’ di vita viene raccontata, molto stilizzata. Gonfio sempre il petto quando loro si meravigliano che io sappia leggere il devanagari (l’alfabeto indiano) , e io rilassato, ma si non è difficile, tre giorni e lo impari. E il mio ego si sente poliglotta quando la realtà è che dico tre o quattro cose in indiano, anche leggendolo, non so effettivamente quello che sto leggendo. Per il resto si parlicchia Spagnolo e ormai un inglese di cui non mi lamento. Anche perché mi ritrovo spesso ormai a pensare in inglese e fa sempre un certo effetto.  Quindi si passa per il secondo passo più alto al mondo, il maggiore di questa strada, il Tanglang. 5300 metri e passa, qui davvero senti l’aria che manca, esercizio e tutto apposto. Ultima sosta prima della dogana per i tir. Incontriamo il primo Tir, l’autista giovane con il proprietario del tir. Il proprietario del primo e il guidatore del secondo (il secondo viaggia da solo) si conoscono, dice il tipo, lui è stato il mio driver per 5 anni! Mezz’ora di riposo e si riparte, i due driver si cambiano tir. Quindi rimaniamo sul secondo tir, ma primo driver.  In serata si arriva, torniamo sul primo tir, e arriviamo, finalmente, più riposati di quello che ci fossimo aspettati, a Leh. Una città particolare. Qui si vive a 3500 metri. Non è uno scherzo. Aria o no bisogna abituarsi, bisogna muoversi con calma e lasciare al fisico i un paio di giorni per adattarsi. Purtroppo arrivati a Leh la mia malattia esplode ferocemente, più forte di sempre. Il mio stomaco diventa una lavastoviglie e io divento un impianto a gas, letteralmente. Almeno non puzzano.
La cosa bella, incredibile, meravigliosa,  è tutto il viaggio che ti passa davanti agli occhi. Incredibile avventura, altro regalo di Mamma India, che tanto da e spesso, vedi la mia malattia tanto toglie. Comunque sempre ne vale la pena. Abbraccio Dudu, arrivato pochi giorni prima in bus, Oren, Oz gli altri amici Israeliani Non c’è stato nemmeno bisogno di un appuntamento, guarda caso ci siam beccati nel posto giusto al momento giusto. . E’ sempre un piacere rincontrarvi ragazzi.

domenica 31 agosto 2014

Parvati in definitiva. Trips and Lovers.

Una delle cose più belle della Parvati Valley è Kirighanga. A 2960 metri c’è questo piccolo Ashram con un piccolo tempio. Accanto al tempio ci sono le famose terme, le hotsprings, meta di tutta la valle. Un posto incantevole, un posto magico, un posto spirituale, un posto dove ti possono capitare 40 o 50 chillum tra le mani, roba che manco Shiva in veste di Shankar… Ho passato 5 giorni a Kirighanga, c’era anche un abbozzo di Rainbow catering, una cosa mal riuscita, ma bello il tentativo. A Kirighanga hai l’Himalaya sbattuto in faccia. Per carità, già siamo sull’Himalaya, ma qui hai una montagna proprio in faccia, una potenza incredibile. A Kirighanga son salito con la bella rinnegata di Atlantide, ma poi son risceso con un erborista inglese…. Comunque, dicevo, prima di arrivare quassù sono stato due giorni a Pulga, un altro carinissimo villaggio a 2200 metri, ai piedi della magnifica Ferry Forest. Una massiccia foresta, con alberi antichi ed davvero notevoli, larghi. Alti. Tutto ricoperto da un fiabesco muschio che da il nome, non originale, ma tutti la chiamano così, alla suddetta foresta. E' luogo di trance party, purtroppo, talvolta. Fortunatamente è maggiormente luogo di magnifici viaggi psichedelici, spirituali o meno. Chiaramente non ho potuto perdere l’opportunità di assaporarne uno, fatto in gocce di quel lisergico amico che ti culla e ti porta oltre i famosi cancelli della nostra più comune percezione. Il primo in solitaria, il primo completamente nudo in una foresta incantata. Questo sull’Himalaya. Piuttosto epico. Ho dato luogo ad un intrigante rituale elementale, che a dir il vero non ho ben capito se ha funzionato del tutto…
Mi rendo conto che con il tempo il mio blog di viaggio è diventato blog di vita, magari un giorno mi pentirò di raccontare tutto. Magari no.
La connessione con la foresta è stata bellissima ed elegante, come spesso la trascendenza si mostra. Quale posto più adatto per una passeggiata dall’altra parte. Da una delle altre parti.
Torniamo a Kirighanga, dove incontro tre persone chiave per la vita in Parvati, per il mio viaggio spirituale e in ultimo per i lmio viaggio in sé.
Mattia, italiano, Jai Bolenath come peso da portare sulla pelle. Mattia è uno di Parvati, uno che ha Mother Parvati nel sangue dapprima di venir quassù. Devo dire che non siamo in pochi, Mother Parvati è una meravigliosa dama che ha molti discepoli, spesso incoscienti di questa speciale adozione. Mattia è un artista della terracotta, per la precisione crea magnifici Chillum naturali, senza puttanate. Qualcosa con cui Shankar, fosse mai stato reale, sarebbe stato fierissimo di utilizzare per le sue sieste. Mattia pian piano diventerà un amico, e sai già che son quelle amicizie che camminano piano, ma in un modo o nell’altro, ti ritroverai a raccontarti, magari proprio qui in valle, tra vent’anni o più.
Sara, poi. Una persona che so di aver incontrato molte volte in passato. So che questo concetto per molti è inaccettabile, ma parlo di vite passate.  Lei è uno dei miei spiriti guida, più o meno da sempre. Vedo questo meraviglioso unicorno sul polpaccio di una bella ragazza, che poi scopro esser italiana, che cavalca tra i colori dello spettro e non posso far meno che esclamare: “Il tuo unicorno mi fa venir voglia di un viaggio”. Sara si gira, e immediatamente, mi fa: “Cosa ne sai della Changa?”. La Changa è DMT. Più o meno. Più più che meno. Alcuni scienziati americani la definirono, in un esperimento guidato pochi anni fa, la molecola spirituale. Chiaramente qualcosa che conosco, studio, apprezzo, e chiaramente, desidero come ogni buon sciamano o psyconauta. Con lei il resto è conseguenza, un piacevole e intensa esperienza, in cinque. Un giorno che mi ha insegnato molto. Lei è sempre apparsa al momento giusto, sempre portando doni chiave, come io ho fatto, d’altronde, con lei in passato, ma qui si parla d’altro. Dirvi che sentire la potenza maschile dell’Himalaya come fosse un gorilla gigante che ti guarda furioso, è provare solo a farvi capire la superficie di quello che è stato quel giorno. Storie di viaggio. Storie indiane. Tra l’altro Sara ha un amica di quelle che quando le vedi la prima volta ti tolgono il fiato. Non sono io, ha fatto lo stesso effetto al mio amico che era rimasto pochi metri indietro, poi, quando l’ha vista. Sai quando vedi quel tipo di donne che ti fanno comportare dopo pochi secondi in maniera diversa… Parli con calma, sei più spiritoso del solito, schiena dritta, tutto inconscio, ma poi te ne rendi conto, e sorridi tra te e te… Quanto sei coglione! Certo, lei è davvero una bella donna, per inciso, innamoratissima del suo ragazzo, tutto in casa Italia, quindi faccio amicizia, sempre bello conoscere un’altra donna bella e simpatica, anche se probabilmente non la rivedrai più.
Rachel, l’erborista. Scendiamo giù, a Karol, io e Lei. La sexy erborista con cui letteralmente pomicio dove è più vietato, nella sacra hosting, mentre solo la luna spiava e la montagna dormiva… D’altronde bisogna prendersi non troppo sul serio. Con Rachela passerò un bellissimo compleanno a Lapass, altro villaggio a 2400m. Rachel ha avuto la bellissima idea di presentarmi Sophia, la sua giovanissima, incredibilmente bella,  amica. Fredda, distaccata, quasi bloccata. Nonostante la bellezza si nota appena eppure senti che ha un energia atipica per una ragazza così giovane. Sophia ha 19 anni e talvolta senti che ne 3000. Ho scritto 3000, non è un refuso. Per capire meglio informarsi su cosa sono i bambini indigo. Ecco Sophia è un chiaro esempio di ragazza indigo, piuttosto evidente.
Il giorno del mio compleanno, la sera a dire il vero, inizia il mio calvario. Inizio a stare male, ho contratto la Ameba Giardia e ci vorranno tre settimane per scoprirlo. Due mesi per sconfiggerlo, quasi dieci chili regalati al cielo, o meglio a l cesso, da un corpo che già di natura è magro e che in viaggio è sempre quel filo sottopeso. Sono diventato la lastra di me stesso. Mi ha impressionato fare la doccia, passare le mani sul mio corpo e sentire le ossa, li dove non le avevo mai sentite. Sono stato seriamente malato. Mortacci sua.
Per via del parassita, che all’inizio non identificato, mi ha sbattuto per terra, Rachel si è dimessa da amante di viaggio. Giustamente direi. Non avevo forza per nessun tipo di attività, nemmeno quelle da letto. E soprattutto la Giardia ti fa tuonare come un vecchio "faciolaro". Nel senso che tuoni dal tuo profondo fondoschiena, spesso e volentieri, senza troppe esotiche fragranze, almeno. Siamo in India, comunque io viaggio con l’incenso. Ne metto due alla volta così non sbagli.
Il parassita coincide con un momento in cui l’universo femminile volteggia variopinto in maniera meravigliosamente insistente. Rachel via, io inizio a sentirmi meglio (uno dei trucchi di molti parassiti è spezzarti la schiena, poi lasciare la corda per un po’, pochi giorni, per poi rimetterti all’angolo e gonfiarti come un vecchio Zodiac da gita domenicale sul po’ pieni anni ’60), quindi avendo conosciuto una deliziosa brasiliana che si stava dirigendo in quel di Vashist, nei pressi della evitata Manali (centro commerciale della scampagnata Indiana e del turismo non fai da te e anche di quello bislacco). Monto, quindi, in sella ad Aretha Ganesh, dopo un po’
 Di tempo che riposava e ci facciamo questi 80 Km in due ore attraverso la Parvati Valley e poi la Kullu Valley, per arrivare appunto a Manali e poi Vashist.
Vashist è carina, niente di che, ma visto l’inferno iperturistico e ipercommerciale di Manali, a pochi minuti, la vedi come un’oasi stile Parvati. Purtroppo il parassita colpisce la notte stessa, con una veemenza che sa di Godzilla. Credo di aver persona un paio di chili solo quella notte.
Cinque giorni, tra il malato terminale e l’hippy da Jam session, tra charras e risate, non si batte ovviamente chiodo, non ce l’avrei nemmeno fatta, ma comune un over trentenne secchissimo con l’abitudine di andare al bagno ogni venti minuti, non è un sexy alternativa per una sexy e glamour brasiliana da Copacabana. Mannaggia tutti i parassiti.
Si torna in Parvati e Sophia e Sam (il vecchio amico dello Sri Lanka, ribeccato ad Hampi, poi a Pushkar per l’Holi mi ha raggiunto anche qui) sono ottimi amici in un momento in cui davvero alterno  il mio stato tra il malatissimo inamovibile e il solito me, solo un po’ più calmo magro e stanco. Ottimi amici, davvero.
Sam parte e ci abbracciamo forte, come due fratelli che sanno che si rivedranno, ma non sanno quando e Sophia rimane li. IO pensavo che vista la situazione, vista l’età sparisse. Invece già dalla mattina dopo si presenta con un delizioso Mango Lassi e con parole dolci, una perfetta infermiera. IO la ringrazio, ma un paio di ore dopo inizio a domandarmi…. Ma?
Ecco, Sophia ed io siamo stati insieme. Due mesi, uno di questi mesi è stato Ladak. Abbiamo avuto un unione molto forte grazie ad un esperienza psichedelica leggendaria, di qui davvero non posso parlare. Sempre Changa.
Ci siamo visti, ci siamo riconosciuti, gli anni sono scomparsi e io mi sono ritrovato invaghito di una splendida diciannovenne inglese, alta bionda, un fisico da modella russa che ha fatto innamorare metà valle, della quale tutti mi chiedevano e io rispondevo… Nooooo, siamo amici, è troppo giovane, non la vedo in quell’ottica.... Niente, mia madre diceva sempre, non sputà per aria che te ricasca in testa. Non troppo fine , ma concetto chiaro. Sophia e Gianluca. O meglio Khia e Jimi. Abbiamo attraversato il cambio dell’era insieme e abbiamo vissuto esperienze brevi e davvero intense di cui quando e se parleremo apertamente, molti ci prendereanno per matti. Ma tanto ormai…
Quindi si parte, trovo un medico che mi da una meravigliosa cura che sembra funzionare, finalmente dopo tutta la merda inutile che ho preso e si parte!
Sosta a Vashist per incontrare i cari amici Israeliani, un paio di giorni e via sulla Transhimalayan Manali-Leh. Strada leggendaria, sogno di molti motociclisti, la strada più alta del mondo. A dire il vero poco più in la di Leh (città che si trova a 3500m)  c’è il Kardoungh La, il passo più alto del monto accessibile con macchine e moto. 5360 metri indicati dall’altimetro, qualsiasi cosa dicano i cartelli indiani, ma è comunque solo un tratto, il più alto del mondo. Se volgiamo considerare l’intera strada, la Manali Leh è il top. D’altronde siamo sull’Himalaya. Credetemi, passare con la moto o con la macchina su una strada che è più in alto di mezzo chilometro della vetta più alta d’Europa, fa un po’ impressione. E' qualcosa che senti. Senti anche letteralmente sul tuo fisico perché a 5300 metri l'ossigeno credo tocchi il 60% in meno, quindi respirare non è cosa semplicissima…

Il viaggio in moto è indimenticabile. Rimandato di un giorno perché ho fatto il botto come un cretino e nessuno si è fatto male, ma resta un qualcosa di indimenticabile.

sabato 16 agosto 2014

Boom Parvati. Malana e il Charras.

Mother Parvati è stata tutta d’un fiato. Avrei potuto scrivere spesso. La vita è fatta così e o seguito il drift della valle.
La famosa Parvati Valley è una valle tagliata dal fiume che gli da il nome, o che prende il nome dalla valle, va a sapere. Qui comunque Parvati sia Accoppiava con Shiva, o meglio dire Shankar. Qua sopra, a oltre 4000 metri, dove c’è il Mantala Lake, se dice Shiva venga a fumare il suo Chillum.
Parvati ha due, o meglio 3, villaggi, più evoluti, giù a valle sul fiume. Jari, Kasol e Manikaran. Principalmente il turismo giovane si ferma a Kasol. Così o fatto anch’io visto che il 198 Aprile, quando sono arrivato avevo voglia di gente.
Poi ci sono i villaggi. Sparsi per la valle, e a dovere altitudini (siamo a 1600msl a Kasol), Pulga, Khalga, Nakthan, Malana e Magic (che per gli abitanti di qui questa parte è Malana Valley o Magic Valley), Ghrahm, Chalal, Lapas, Kiriganga, Katagla, Tosh, ed altri.
La valle oltre ad essere bellissima e ad offrire magnifici sentieri per il trekking qui sull’Himalaya, perché va ricordato che siamo sull’Himalaya (qui Shiva è davvero di casa!), il posto è famoso in India e nel mondo per la sua produzione di Charras. Qualcosa di molto simile all’Hashish.
Per capire davvero la valle e non essere chiusi con la mente di fronte ad una forma di THC (tra l’altro qui è legata a cultura e religione), bisogna usare l’immaginazione e vedersi in posti come il Bordeaux o la Coté D’Or. Il Charras è molto simile al vino e la Parvati Valley diventa quindi simile al Bordeaux, con tanto di fiume. Nel Charras come nel vino conta tutto:
conta la pianta, conta il terreno, conta la posizione, l’altitudine, il versante della montagna. Conta quindi in che villaggio è stata prodotta, e come il vino anche qui il charras prende il nome del villaggio di produzione e ovviamente l’annata, anche se in questo caso, a parte le leggende di Malana che spiegherò in seguito e a parte poche personali conserve, il charras finisce lo stesso anno di produzione, la richiesta è troppo elevata (infatti da diversi anni orami si trovano porcherie con tagli di ogni tipo) e comunque solo i charras di primissima qualità, chiamati ormai da diversi anni CREME, possono rimanere buoni, o migliorare con qualche anno di stagionatura. Detto questo conta l’etichetta, ovvero chi ha fatto il charras, quale famiglia. Si può facilmente immaginare la grande varietà che si incontra. Come nel vino bisogna imparare come assaggiare, o almeno bisognerebbe. Si può capire la pulizia, il gusto, si colgono sentori di ogni tipo. E' un mondo che spesso rapisce anche chi non era interessato al charras a priori. La verità è che è incredibilmente buono a prezzi bassi o relativamente bassi (sempre se si è in grado di affrontare ed evitare le solite fregature), e come il vino ti lascia una meravigliosa sensazione per un po’.
Il charras si “dovrebbe” consumare solo con i Chillum. Così vuole la tradizione. Shiva non si fa le canne. Poi, chiaro, ognuno fa come vuole, anche perché fumare un chillum da soli è cosa per pochi, è abbastanza duro.
Un chillum, per chi non lo sapesse, è una sorta di pipa dritta, un cilindro leggermente conico fatto in terracotta. La mistura di charras e tabacco viene messa all’interno dal foro superiore. All’interno del chillum c’è la “pietra”, generalmente esagonale, ma possiamo trovarla anche tonda con solchi a canale semisferico, lungo tutta la sua forma (vanno di moda così ora). La pietra dovrebbe essere lunga, una cosa come 3-4 il chillum, più o meno.  I chillum vanno da corti, i ciota, quelli dei baba, a lunghi, i Bhara, circa 23 cm, per fumare meglio.
Teoricamente il chillum dovrebbe essere di pura argilla cotta almeno a 900°.  I migliori sono tra i 23 e i 26 cm e belli tosti, non esili e magri come li fanno ora, che sono più fancy, ma chiaramente l’argilla terrà meno il calore. L’ideale è un chillum in argilla senza nulla in aggiunta, no lucidi, no coloranti né altro. E’ ovvio che vista la clientela di ogni tipo, oggi si trovano pezzi d’arte, bellissimi coloratissimi chillum, che spesso si fumano male, o semplicemente puzzano.
I chillum sono stati inventati dagli indiani, qui sull’Himalaya. Però come sempre se vuoi una cosa fatta bene la fai fare agli italiani (se ci pensate noi non abbiamo inventato NULLA, noi vediamo e reinventiamo facendo un lavoro nettamente migliore – basti pensare a caffè, pizza, spaghetti, ravioli, abbigliamento di lusso, radio, macchine, parlo della Ferrari e della Lamborghini, non della fiat… e Chillum - ). Vedete qui in Parvati quando il turismo praticamente non esisteva. Nemmeno per gli indiani, sono arrivati pochi italiani. I primi, a Malana ancora raccontano le storie. Non dico che un italiano sia il primo straniero che abbia messo piede a Malana, dico che gli italiani sono i primi ad esser venuti in serie,  primissimi anni ’70. Io la prima volta che ho sentito parlare di charras, senza saper bene che fosse (a parte il fatto di essere un prodotto della canapa), eravamo nella seconda parte dei ’90. Qualcuno mi diceva fosse una particolare mistura di hashish e marjuana. Poi l'ho assaggiato, quello vero almeno, nel 2004 ad Amsterdam, in Italia echeggiava questa leggenda del Malana Cream, che vinse il titolo di miglior prodotto dell’anno nel 2003. Leggende.
Il posto chiave, dove tutto è iniziato è Malana.
Un posto incredibile, dove i bambini non battono le ciglia e ti parlano nella lingua dei demoni. Un posto dove la gente ha sempre questo sguardo consapevole, aperto, spiritato. Qui sei un’intoccabile e sarai per molto trattato da tale. Qui sei considerato non solo inferiore, ma sporco. Non conta che i tuoi occhi e la tua realtà ti raccontano l’esatto opposto. Non puoi toccare niente e nessuno o non solo sarai multato, ma perderai fiducia e credibilità futura. E' un posto poi non così bello,  considerando gli altri villaggi, ma la vista resta sempre incredibile. Siamo a 2700 metri sull’Himalaya. Shiva è sempre Shiva, ma il protettore locale è Jamdagmi, un altro Lord. Malana produce, il miglior Charras del mondo (una volta il charras era prodotto solo sull’Himalaya). Per il fatto che è diventato così famoso, ormai la vera crema di Malana è quasi introvabile, ha prezzi più elevati e di conseguenza valle e villaggio sono pieni di prodotti di seconda, terza, quarta scelta più le varie misture con qualche olio porcheria o foglie varie. La fregatura è ovunque. Per esser sicuri bisogna non solo conoscere, ma provare. Vista, olfatto e gusto. Come il vino. L’India è inondata di “Malana Cream”, tanta gente, tantissima ne ha le tasche piene. Eppure la verità è che di questa ondata, solo l’1 percento è reale e quasi tutto questo un percento si trova ancora qui a Malana o nella Parvati Valley. Uno dei segreti di Malana è che la crema del tempio, quella che solo gli abitanti di Malana possono fumare e solo nel tempio, sia fuori da ogni grazia di Shiva, un gusto trascendentale. Leggende, vai a sapere. Si dice che a Malana ci siamo conserve di charras anche di un secolo. Leggende.
Malana è amata da pochissimi. E’ un dato di fatto, come dato di fatto è che se sei italiano e ti comporti a modo, qui a Malana dopo un poa sei di casa. Grazie a chi è venuto prima e grazie al fatto che il turismo italiano classico qui non viene. Non c’è figa. Non ci sono locali. Non c’è il mare. Generalmente non c’è nemmeno il cesso.