La mia esibizione sulla zip line in quel di Vang Vieng
"Solo comprendendo maggiormente il mondo si tocca da vicino una libertà reale". Il viaggio stesso, che ho scelto di far diventare vita, è il mio principale compagno. Qui prosegue il racconto di una vita da ramingo, la mia, che ho iniziato tempo addietro. Questo è per voi, per chi non può viaggiare, ma ha voglia di conoscere. Il mondo mi ha contaminato e spero che questi stralci possano un po' contaminare anche voi.
Visualizzazione post con etichetta Laos. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Laos. Mostra tutti i post
martedì 20 marzo 2012
mercoledì 7 marzo 2012
Video memories del Laos
Fred suona la chitarra
Manu e Pedro in uno dei loro pezzi da strada
il ballo di Bryce a Vang Vieng
martedì 6 marzo 2012
Amici, tubing, surrealismo....Fino alla fine del Laos
Una sola notte a Ventiane. Sicuramente meriterebbe almeno un paio di
giorni, ma non abbiamo troppo tempo e decidiamo di dare solo un’occhiata
veloce, passare la serata col gruppo tra fiumi di birra e poi via verso Vang Vieng.
Vang
Vieng, nonostante la bellezza circostante, non è Laos. Un po’ come Varadero non
è Cuba. Qui non esiste il coprifuoco, qui è “Party Island”. Festa da tarda
mattina alla mattina dopo, passando per il tubing, che tubing non è visto che
ti portano all’inizio del percorso, a tre chilometri e mezzo dal paese, dove
“inizia” il tubing e ci sono cinque o sei locali stile Mikonos, un esercito di
giovanissimi in preda a visioni alcoliche e musica commerciale, vanno tra un
locale all’altro sul tubo, rimorchiati da ragazzi che lanciano ancore (fili a
cui è attaccata una bottiglia). E’ festa, festa fino alle diciotto: Musica,
balli, funi per lanci in acqua, scivoli giganti. Il tubo o ciambellone,
andrebbe riportato entro le sei pena una multa, di un paio di euro, entro le
otto, pena la perdita della caparra, praticamente se non riconsegni il tubing ti costa 15 euro la giornata. Un'enormità per il Laos. Non ho mai visto nessuno
riconsegnare il “tube” entro le sei. Pochi entro le otto, anche perché dalle
sei in poi girano i ragazzini che li rubano, la solita mafietta locale.
Il gruppo, anche se ha perso quell’ottimo elemento che era Dror si
compatta molto e si allarga di un elemento straordinario. Anton. Un irlandese
spettacolare con un passato di qualche anno a Cristiania, Copenaghen.
Polly non perde una serata, io Io
alterno mestamente due tre nottate,
con un altro paio di mezze serate e un paio di ritiri al letto molto rapidi. Ho accumulato in
questi mesi una stanchezza a cui non sono abituato. Non mi lamento, per carità,
fa parte del gioco, va benissimo, semplicemente è una stanchezza, diversa. Sta
di fatto che qui in Laos la sto sciogliendo su dolci amache bordo fiume,
tradizione che da Don Det è proseguita a Vang Vieng e proseguirà anche a Non
Kiew e a Nong Mui Neua.
La prima serata di Vang Vieng si apre con in festa, limbo, versione
con l’asta di fuoco. e io lì di fianco a spronare gli amici dieci anni più
giovani narrando le mie “gesta” da animatore con le gare di limbo. Considerate la
situazione di un piccolo locale su un isoletta su un fiume, il fuoco come luce,
ogni singola persona è tra l’alticcio e l’ubriaco (il primo a sentirsi male e
vomitare è stato un ragazzo vestito da zombie nella zona del tubing, al primo
locale a mezzogiorno). Dopo un po’ perdo la pazienza visto questi pezzi di
legno di venti anni e ci provo, con tanto di infradito e birra e la prima passa
tranquilla con gli amici che urlano. La seconda ancora liscia, ma scopro che
per la prossima devo almeno togliere le infradito e lasciare la birra. Altri
due scalini “di fuoco”, la tristezza è che i scalini sono quattro e già al
terzo non mi a segue nessuno, ai miei vent’anni era lotta sino all’ultimo. Lo
faccio alla prima, con Bryce e Craig che si galvanizzano e allora ci proviamo
anche se dico a tutti che l’ultimo “scalino” oggi non posso farlo, non mi piego
più così, a vent’anni altro che… Andavo sotto ad un asta appoggiata sul sedile
di due sedie come se niente fosse, qui sono almeno venti centimetri di più.
Certo c’è il fuoco che te ne toglie un po’. No non lo faccio. Sì lo faccio. No
non lo faccio. Nessuno fa nulla, tutti urlano e basta, il fuoco è caldo e
l’alcool pure e vabbè, mi farò male, ma ci provo. Pure il limbo sembra essere
una cosa seria in una serata di festa fuoco e alcool.
Mi piego, mi piego un sacco, saltellando sugli interni del piede e
tirandomi su il costume in una notte caldissima. Vado giù e casco per terra con
un bel nooooo generale che mi incoraggia.
Ancora.
Giù, fino a sotto l’asta con il naso, ma cedono le ginocchia.
Ultima volta. La serata del limbo.
Mi lego i capelli più stretto, saltello meglio, sorrido di più, c’è
più incoraggiamento, più urla, più forti, più fuoco di prima. Vado comunque
giù, niente da fare.
Lascio perdere… Ragazzi, ve l’ho detto, posso fare qualcosa, non più
di questo, comunque, più di tutti gli altri e siete dei pezzi di legno
mannaggia!
Provo a incitare, ancora gli altri, tra gli abbracci degli amici,
sorsate di bucket e una mezza delusione che mi rimane amara, chi mi conosce lo
sa, io vado matto per le “cazzate”, ovvero per tutte ste stupidaggini che
rendono la vita un più simile ad un gioco anche nell’aspetto, non solo nelle
dinamiche. Cose come la giocoleria. Pazienza, ho fatto il mio tempo con il
limbo.
La fuochista riparte, alza di nuovo l’asta e il gioco riparte per
tutti. Passa mezz’ora, tra altro alcool e altri personaggi incontrati come
Filippo, Daniel e Francesco, gli ultimi due attori a zonzo, pazzi di Vang Vieng. Un genovese subito soprannominato Belin
e preso in giro per una taccagneria a cui nessuno sembra mai poter tenere testa,
diventa compagno di qualche bevuta.
L’asta prova a riabbassarsi, quasi si muovesse da sola. Nessuno gioca,
la ragazza mi guarda. Riprovi? Le mostro il sangue dai miei piedi, scorticati
dal terriccio (non siamo sulla sabbia), lì dove sono le cosiddette cipolle,
l’osso alla base dell’alluce. Scarnificato e senza parole, ma con uno sguardo
significativo le dico che non è più cosa, sono un po’ rattristato, ma questa è
la vita, si invecchia un po’. Lei sorride si gira e versa altro petrolio sull’asta, altro fuoco.
Non dico niente, so solo che il fuoco mi attrae spaventosamente come
sempre e allora al diavolo i 33, la schiena, i piedi insanguinati, il ginocchio
a pezzi e i tentativi già falliti. Io sto coso lo faccio a occhio chiusi, al
diavolo i ragazzini di legno, in fin dei conti, c’è il fuoco, c’è l’alcool,
anche questo è rocknroll. Faccio esattamente la stessa cosa delle tre volte
precedenti, solo più veloce, meno cerimonia, lo faccio sapendolo di farlo, non
è un semplice tentativo. In stile
vecchia scuola vengo alzato in trionfo, con birra e festa generale. Ho vinto un
altro bucket, cosa che non sapevo fosse in palio, altro secchiello pieno
d’alcool. Altra festa. E’ solo la prima sera, con quello scemo di Craig che
Polly chiama Gregghe che ubriaco urla “JIMI IS MY HERO!”.
Segue Luang Prabang, il paesello più carino del Laos, leggermente più
costoso, ma c’è un bellissimo mercato del cibo, esteso lungo un corridoio, dove
si può mangiare molto bene la sera. E’ un enorme buffet al ridicolo prezzo di
un euro.
Qui il coprifuoco torna, ma
leggero. I locali più belli rallentano alle undici, rimanendo aperti sino a
mezzanotte, poi se si vule proseguire c’è il Bowling. Lì è festa, altro alcool
e il casino di palle e birilli. Quattro notti, io ho partecipato al bowling
solo l’ultima sera. La fregatura di Luang Prabang è stata che nonostante ci
fossimo concessi il lusso di un alberghetto più carino e pulito del solito sono
stato assalito da altre Bed Bugs, che mi hanno succhiato il braccio sinistro
fino a consumarlo. Luang Prabang possiede anche uno dei luoghi più belli mai visti,
che non entra nella top list, ma come minimo va in quella secondaria. Una
splendida cascata di cui non ricordo il nome che una volta arrivata giù forma
grazie alla sua acqua quattro o cinque piscine stupende, a scalini, purtroppo
piene di turisti.
Il bel gruppo finisce qui. Alcuni vanno in Thailandia via Ventiane,
altri due giorni di barca e vanno al nord. Solo noi decidiamo di finire tutto
il giro quindi destinazione Nong Kiew,
villaggio lungo fiume davvero carino dove spendiamo una notte in un
bungalow davvero carino. Giorno dopo Mue Ngoi Neua, dove commetto un errore,
decido di rimanere solo tre giorni, invece ne merita di più perché nonostante
sia davvero piccolissimo con una serie di bungalow lungo il fiume raccolto tra
le montagne. Un posto che raccontare come bello è davvero superficiale. Si
raggiunge solo con le tipiche barche long tail, un’oretta da Nong Kiew.
E’ un posto dove rilassarsi se ne hai ancora bisogno, dove fermarsi e
incontrare i villaggi circostanti. Un posto immancabile che ancora saltano la
maggior parte dei viaggiatori. Mue Ngoi Neua, nonostante i brevissimo tempo
scorso mi rimarrà sempre dentro e sono davvero curioso di rivederla tra una
ventina d’anni.
La serie di rotture e inconvenienti nei trasposti si arricchisce di un
paio d’ore da un meccanico appena lasciata Luang Prabang. Semplicemente la
frizione è andata, l’autobus non riesce a mettersi in marcia regolarmente. Non
è che controlli prima o una volta scoperto cambi bus o qualcos’altro. No, tutti
insieme dal meccanico e poi se ce la faremo si proseguirà. Ripeto: Surrealismo
Laoita.
Mueng
Sling è la tappa seguente un paesello a sessanta chilometri da Nam Tha, che Polly odierà per il
nulla in cui è immerso. A me piace, è davvero un paese strano. Dove cerco di
affittare un motorino, ma me ne danno uno rotto e mi dicono se vuoi c’è questo,
ma se lo prendi poi devi aggiustarlo tu.... !!???? Beh , no grazie, prendo la
bici. Surreale. Qui non
c’è più o meno nulla, solo qualche guest house e due o tre ristorantini. Più
un'altra serie di ristornatini cinesi, dove si parla solo cinese e laoita, non
c’è menu, ma se riesci a ordinare mangi divinamente. Tiro fuori quelle tre o
quattro parlo tra mandarino e cantonese che ho imparato e ottengo la seconda
miglior cena di tutto il Laos. La migliore sarà due giorni dopo di nuovo a
Luang Nam tha, ristorantino nascosto “minority”, semplicemente di un altro
livello, nonostante prezzi identici ai baracchini. I Laos effettivamente
finisce qui, a Mueng Sling, con una bella gita in bicicletta tra
un’innumerevole serie di villaggi dove vendono il miglio oppio del pianeta. Il
triangolo d’oro è qui, almeno questa è la parte Laoita, unica delusione il
paesaggio è davvero poca roba, brullo e sterile, a differenza del resto del
Laos dove in alcuni punti è clamorosamente suggestivo.
Una notte a HouyXai, la cittadina di confine per entrare in
Thailandia, ci godiamo sul tetto del nostro alberghetto l’ultimo tramonto Laoita
di questo viaggio, ultimo tramonto sul grande Mekong che ora amo tantissimo,
che ho imparato a conoscere e che è una ricchezza mondiale da preservare e
mantenere. T’ho amato e atteso da prima di conoscerti Mekong, è stata
un’emozione impagabile incontrarti, conoscerti con tre diverse lingue
(vietnamita, cambogiano e laoita) e bagnarmi nelle tue acque. Grazie, cam’em,
òkon o in ultimo Kaup tchai.
domenica 19 febbraio 2012
Kong Lor e la grande grotta.
Notte a Savannakhet per proseguire subito verso Tha Khaek, come
trampolino verso la strepitosa caverna di Kong Lor, sette chilometri sotto una
montagna calcarea stile Halong Bay, in barca. Imperdibile e purtroppo saltato
da molti. Con qualche piccola vicissitudine tipica riusciamo a noleggiare un
motorino e percorrere 180 Km tutti d’un fiato in tre ore. Il panorama non
incanta molto nel tragitto, perché il giro da fare potrebbe essere
interessante, ma è più lungo e sinceramente per ora non ho molta voglia di
altre caverne e cascate. Tha Khaek è anche carina, piccola ennesima cittadina,
invero poco più di un villaggio, lungo il Mekong ormai molto familiare e abbastanza
sterile riguardo ai incantevoli paesaggi, almeno per quanto riguarda il Laos
centrale.
Arrivati alla caverna incontriamo subito un piccolo gruppo formatosi
tre giorni prima. Craig e Bruce, australiani purosangue di Sidney,
giovanissimi, simpatici e una via di mezzo tra il classico australiano “party e
surf” e un viaggiatore; Terry, australiana di Melbourne; Dror, israeliano rasta
vegetariano, persona favolosa; Simon, from London, U.K., piacevole giornalista
di Skysport. A questo si uniranno per il giorno e la nottata nella guest house
che in vero è un nuovissimo hotel Dylan, diciotto anni, from Santa Cruz,
California che mi racconta delle idiozie di Schwarzenegger; Wilma e la sua
amica di cui non ricordo il nome, olandesi.
La visita alla caverna dura tra andata sosta e ritorno un paio d’ore
abbondanti, con un sali e scendi nei punti dove il fiume diventa troppo basso
per lasciar galleggiare la barca, anche perché siamo in stagione secca. E’
davvero molto impressionante, l’enorme caverna sembra non terminare mai per poi
sfociare in un paesaggio stupendo, dove stanno dormendo bordo fiume un bel
branco di bufali. Il primo gruppo, tranne Dror, si fermerà qui, al villaggio a
dormire in una piccola guest house che vogliono far passare per Homestay. Tutti
gli altri passeranno la serata alla Guest House, che è un hotel, Chanta,
stranamente pulita. La serata passerà giocando a scacchi dove perderò anche con
il piccolo Dylan (lo so mi battono tutti!!) e la mattina praticamente non
riusciremo a fare colazione. L’albergo è gestito solo da bambini, come spesso
capita e senza elettricità davvero non sanno che pesci prendere. Provo alla guest
house accanto ma non hanno il pane, quella dopo invece ci sono clienti, ma il
padrone se ne è andato da più di una mezz’ora dicono. Nulla da fare, riusciremo
a fare una mezza colazione più in là. Dylan e le olandesi ci lasciano qui. Il
resto, tutti velocemente a Tha Khaek con altre tre ore di motorino a 90 Km/h
fissi. Qui incontrerò di nuovo Fred e passeremo una bella serata con lui, il
nuovo piccolo branco e altri tre austriaci pronti per il viaggio che abbiamo
appena terminato. Bruce da un nome al gruppo di “motociclisti”: The Scooties e
ci sarà un simpatico battibecco su chi debba essere il presidente. E’ una bella
situazione, una situazione che cercavo, un bel gruppo creato dal nulla e che
almeno in parte proseguirà per Vientiane, la capitale e Vang Vieng. L’indomani salutiamo i tre austriaci di
qui uno è identico a Harry Potter senza occhiali, forse una via di mezzo tra
Harry Potter e Frodo. Dror con mio rammarico ci saluta, lui prosegue verso Sud
con Terry. Polly, Craig, Bruce, Fred, Simon ed io partiamo per il Nord e
vediamo un po’ che accadrà stavolta.
Etichette:
Kong Lor,
Laos,
savannakhet,
Tha Khaek
mercoledì 15 febbraio 2012
Surrealismo Laoita
Un gallo da combattimento al fianco, in autobus, che ti scruta e ti
evita è un bello spettacolo. Viaggiare per dodici ore circa per percorrere non
più di 320 Km è assurdo, se non esiste traffico. Non sento la pesantezza, come
ripeto sempre sono più che vaccinato, è comunque uno stillicidio, perché ci si
ferma finché non fa notte dapprima ogni quarto d’ora fino a ogni trequarti
d’ora. Contando ritardi e tutto non sarebbe dovuto essere un viaggio di più di
nove ore, noveoreemmezza contando davvero tutto. Tat Lo – Savannakhet in linea
d’arai meno di duecento chilometri. Partenza e un chilometro e mezzo a piedi,
dove andare? Pakse e poi Savannakhet? Salavan, ovvero più a nord e da lì
Savannakhet, che dovrebbe essere un cento chilometri più vicino. Informazioni
non si ottengono perché ci dicono ogni tipo di soluzione, anche se alla fine ha
avuto ragione il proprietario della Guest House Tim, a Tat Lo, che io chiamo il
“thailandese”, non che lo sia. E’ una cosa regolare in Asia, anche se non sanno
assolutamente la risposta, ti danno un’indicazione, loro cercano di aiutarti,
non lo fanno con malafede, però a causa del fatto che sai che ciò che ricevi è
inaffidabile, devi solo sperare che chiedendo a molti ci sia una maggioranza di
risposte, cose che non accade quasi mai. Quindi, Tutti gli autobus vanno verso
Pakse, anche se all’ufficio informazioni mi dicono che c’è un bus che da
Salavan va “diretto” a sta cavolo di Savannakhet. Autostop, vediamo il primo
che si ferma o il primo autobus che passa in che direzione va e ci affidiamo al
caso che ci porta a Salavan, la mia idea iniziale, è più vicino e a rigor di
logica… Ancora una volta la logica in Laos lascia spazio al surreale, dove
arrivati a Salavan in soli venti minuti ci tocca aspettare due ore che parta il
VIP bus, decente, due piani, e vada alla nostra destinazione, scopriremo poi
che il bus Vip per questo tragitto ci mette quasi due ore in più del locale!!! L’autobus
parte con soli quindici minuti di ritardo per poi fermarsi dopo cinque minuti,
in mezzo alla strada, senza motivo per una buona ventina di altri caldissimi
minuti. Riparte e inizia a fermarsi frequentemente e a riempirsi oltre modo,
poi arrivano i sacchi in corridoio, ma la lieta sorpresa, il vero tocco di
surrealismo alla messicana è il gallo da combattimento legato con un filo alla
zampa e ad un sedile che se la passeggia nel corridoio, schivo e con l’occhio
vigile e sanguinario. E’ bellissimo e tutto è ovviamente pazzesco. Arriviamo
alle undici a Seno e non a Savannakhet, dove dobbiamo sorbirci un’altra
mezz’oretta di sorngtrew. Ci portano a destinazione quindi due ore e mezza
oltre il tempo previsto già con molto pessimismo. D’altronde per quanto
vogliano essere arretrati, per quanto questa sia una popolazione che vive i
lavoro, diciamo un po’ alla caraibica, non ci porteranno a destinazione oltre
le undici visto che c’è il coprifuoco, pensavo. Assolutamente sì, non c’è
problema, a loro davvero, non glie ne frega un cazzo. Stavo per uccidere
qualcuno visto un po’ di stanchezza e nervosismo dovuto all’inettitudine che
non può essere giustificata con la povertà. Quando lo scontroso ragazzo del
bus, (quello che ti dice dove ti devi sedere e dove mettere i bagagli volta per
volta) strappa la borsa di Polly perché prima la incastra tra mille valige, poi
per tirarla fuori la prende da un posto qualsiasi e inizia semplicemente a
tirare. Grazie a Signore Dio Nostro non me ne sono accorto subito. Sono di
larghissime vedute e comprendo perfettamente il modo di vivere locale, volta
per volta, e lo rispetto. A volte penso che nemmeno con un decente afflusso di
denaro queste persone potrebbero cambiare più di tanto, ne avrò la conferma più
volte, non c’è nulla da fare, è si una questione di soldi, ma principalmente è
di mentalità. Esempio, pare, ma non ho capito benissimo, che il governo degli States,
abbia dato un po’ di denaro al Laos e loro nella grande miseria che fanno, ci
costruiscono un nuovo arco di trionfo nella capitale, oppure non insegnano ai
figli, ai bambini piccoli a “campare”, ad vere mezzi per poter riuscire o
scappare da qui, no, la prima cosa che insegnano, soprattutto nei villaggi
tribali è chiedere soldi ai turisti So che non potrò mai davvero comprendere la
loro condizione, ma sicuramente questo non è il modo di evolversi, non c’è modo
di andare avanti, soldi o meno, se non si vuole nemmeno provare ad affrontare
il problema
Assurdo sudest asiatico. Bellissimo e difficile. Può arrivare a
stancarti, ma se mastichi e non t’arrendi ti regala qualcosa che nessun altro
posto potrà mai, non in questa maniera, come i sorrisi dei bambini di strada di
Phnom Penh, come la musica in
Indonesia e i panorami mozzafiato del Vietnam, come le molteplici meraviglie
portate da persone e dal mare e dalle montagne della Thailandia.
Nessuno, ad esempio, sa il motivo per il quale loro quando parlano con
qualsiasi straniero e per loro indico tutti i nativi di questa parte del mondo,
ripetono tutto, ogni parola, due volte, sempre arricchendola con una cantilena
che può sembrare fastidiosa, ma alla fine risulta simpatica e tipica. Solo
massage è sempre solo “Massaaaaaaaaaaaaaaage”, economico è “cheap
cheeeeeeeeeap”, uguale è “same same”, Pepsi è “peppsi peppsiiiiiiiiiiiii” .
Sarebbe straordinario capire le dinamiche incomprensibili e apparentemente
(forse anche realmente) prive di logica.
Comunque, tutto questo prima di Tat Lo, che è bella, con delle belle
cascate, una in particolare è stata da noi “affittata” in esclusiva per una
giornata, non c’era nessuno e ce la siamo spassata con Fred, giramondo francese
incontrato a Don Det e ora di uovo qui e con delle simpaticissime bambine. Un
po’ di semplice e divertente climbing, un po’ di foto e i pensieri che volavano
alla gente sotto la neve in Italia. Noi qui a oltre trenta gradi a fare tutti
accanto alla cascata. Un clima eccezionale, mentre giù a Paksong, sebbene siano
solo 60 chilometri faceva più freddino (circa 20 gradi). A Fred e noi per un
paio di sere si uniscono altri due viaggiatori francesi Manu e Pedro, amano
suonare e cantare per strada quando possibile e la prima sera passa con la
chitarra che “tocchiamo” anche io e Fred, lui a dire il vero è molto bravo e
profondo amante e conoscitore di John Butler. In aggiunta ad una bottiglia di
Lao Lao e delle tipiche erbe medicinali amate da tutti provenienti dalle
quattromila isole. Seconda sera invece scacchi, dove Pedro mi surclassa e due
texane da 10.000 Kip a testa (1 euro), a cui si aggiunge uno scanzonato italiano, Ale.
Io esco entrambe le volte in All in, una bella sfiga. Fred viaggerà verso il
nord, forse ci rincontreremo, poi finirà in India per più di sei mesi. Stesso
vale per gli altri due francesi, Manu tra l’altro parla un ottimo spagnolo
avendo passato oltre un anno in Messico, però loro finiranno in Cina, per
almeno tre mesi. Ale va verso il Sud, ma sta per tornare, afflitto in Italia,
non più di un mese da ora. Incontrare interessanti viaggiatori e i tre francesi
sicuramente lo sono, è sempre una piacevolissima sorpresa ed lieta esperienza
da aggiungere al viaggio e proprio a Tha Khaek avremo la possibilità di creare
un piccolo branco…
Etichette:
juggling,
Laos,
savannakhet,
Tat Lo,
video
venerdì 10 febbraio 2012
Pakse, Paksong e il Plateu laoita
Pakse non è vista nemmeno di sfuggita, solo un passaggio e una
chiacchiera con un viaggiatore diretto in Thailandia e quello che ci racconta
conferma le nostre impressioni: Pakse non è un posto in cui fermarsi se non
come trampolino per la Pianura circostante, il Plateau Boulevan o per chi viene
da Sud, magari per le 4000 isole, lasciate da poco. Possiamo proseguire verso
Paksong subito, senza indugi,i e il viaggio che doveva durare 90 minuti ci farà
ricordare le esperienze vietnamite, solo la scorza fatta in quel mese ci farà
passare questo tragitto come se niente fosse.Partenza prevista per le 15,30,
esattamente quando arriva il “carico” per il bus: ovvero un tuk tuk stracolmo
fin sopra il tetto, un’ora per caricare tutto sul tetto del bus che già
comprendeva il pieno di persone, più un ulteriore persona per fila di sedili,
nel corridoio centrale, queste sedute su due file di sacchi (patate, cipolle e
altro). In questo noi entriamo ad autobus semivuoto, mezz’ora prima della
partenza ufficiale con, in teoria, tutti i posti già occupati da felpe,
magliette, cappotti, buste, sacchetti. Chiunque poteva salire e “prenotare” un
posto, come vedrò anche quelli senza biglietto. Mi sono ricordato un
insegnamento letto su una guida bistrattato, ma che fortunatamente ogni tanto da
qualche saggio consiglio (e della quale, che sia una marca o un’altra, non si
può fare del tutto a meno in queste parti del mondo), grossomodo era: “Non
cercate di cambiare le regole o di seguire quelle occidentali. Adattatevi e
comportatevi nella stessa maniera se volete ottenere risultati”. Praticamente,
se siete in fila per fare un biglietto e il botteghino chiude fra pochissimo,
non fate la fila perché non prenderete il biglietto, bensì come tutti quelli
attorno a voi, cercate di spingere e arrivare lì davanti. Riportato su questo
bus è: “Siediti dove cazzo ti pare e sposta la roba sul sedile dietro”. Detto
fatto, nessuno ha detto nulla, si sono solo considerati sfortunati. O così o
avremo fatto due ore sui sacchi di patate nonostante avessimo regolare
biglietto per posti a sedere. Tutta la spiegazione cui sopra a Roma la
riassumiamo velocemente: Come me canti te ballo.
Partiti e dopo un minuto, forse due il bus si ferma altri dieci minuti
a fare benzina, mi pare giusto… Si riparte e si procede intono i quaranta
all’ora visto il carico, alle cinque e trequarti circa si arriva, visti i
ritardi, molto non me l’aspettavo, prevedevo inizialmente una’arrivo alle
cinque, quindi… Speriamo che almeno questo non si rompa, guarda caso prendiamo
i bus sempre quando c’è la partita, Roma-Inter, rinviata a oggi per neve.
Neve a Roma, epico. Qui oggi circa
34° gradi secchissimi. Sia
chiaro, so che non avrò modo di vederla, ma forse troverò una connessione per
che basti per ascoltare la radio…
Niente connessione internet, almeno per la nottata che passa
velocemente nonostante uno sconforto che ci prende per il letto in condizioni
davvero indecente in quanto a igiene e il posto che si sapeva non conteneva nulla
di interessante, ma così desolante non ce l’aspettavamo. Coscienti che almeno una guest house
migliore la potevamo ottenere cerchiamo di svegliarci preso per la mattina
seguente dopo una discreta partita a scacchi.
Il giorno seguente è un odi quelli da non voler affrontare quando sei
in viaggio, ma anche uno di quelli che quando devi raccontare, è il sale,
perché si sa sono gli imprevisti a rendere le cose ancor più divertenti, almeno
a posteriori.
Conosciamo il proprietario dell’unico posto appartenente ad un
“falang”.Lui amava il caffè, lo tostava in olanda per conto suo (olandese
quindi), poi ha deciso di venire a scoprire questa landa dove si dice si
produca un ottimo caffè a prezzi bassissimi: Paksong. Si trasferisce per un
breve periodo, ma incontra una ragazza che diventerà presto sua moglie per poi
coltivare e venere il suo caffè, qui nel nulla più annullato di Paksong, che è
la capitale della zona del caffè perché intorno non c’è nulla se non qualche ex
villaggio tribale, composto da due baracche e tre bungalow. Paksong sono tre
vie messe in croce costella te da negozietti fatiscenti e baracche. Un posto di
una decadenza… Messicana, da come l’immagino. Con aggiunta, credo, di ulteriore
povertà e badilate d’ignoranza, quella culturale, non quella d’educazione.
Io dico, ami il caffè così tanto da trasferirti in un posto
dimenticato da Dio, ne montagne, né fiume, né mare, ne città, ne paesi. Ok, ci
sono due o tre cascate e un po’ di trekking da fare ad una mezz’oretta da qui.
Comunque, dicevo, per arrivare qui, la passione verso il caffè deve essere
enorme; ti sei anche comprato 5 macchinette moka italiane, il massimo, perché
qui la manutenzione corretta di una macchina per espresso sarebbe ridicola. Ok,
ma cazzo vuoi farti spiegare come funziona la moka!!!!! E’ assurdo, tutto
questo, compresa una buona produzione di un caffè davvero niente male, perché
nonostante non sappia nemmeno vagamente usare la moka, l’acqua lievemente
colorata di marrone ha un lontano ma discreto gusto di caffè. Non me la sono
sentito di consigliarlo. Questo dedica una vita al caffè, lo fa in un posto che
sembra quasi non esistere se non fosse per le guide turistiche da viaggiatore e
arriva il solito rompipalle italiano, che non sa nemmeno come da dove iniziare
a coltivare caffè a voler dare consigli. Fatti gli affari tuoi una volta tanto,
mi son detto, lui rimane contento, italiani a lamentarsi qui è difficile che
arrivino; per quanto riguarda gli stranieri (non italiani) puoi dare loro
qualsiasi cosa; va bene così, sorriso e ognuno per la sua.
Cerchiamo di proseguire subito per Sekong che sono ancora le 9 di
mattina, ma perdiamo il primo autobus, il secondo, dopo due ore è pieno, non
troviamo nessun altra via per andare ed ecco che torna un po’ lo sconforto,
nonostante la clamorosa vittoria della Roma di cui riesco ad avere notizia tramite
la connessione internet del “coffe” olandese, che mi aveva fatto iniziare la
giornata con un grandissimo sprint. Il sole cuoce proviamo ad andare alle
cascate di Tat Lo, in direzione opposta, ma nulla, nessuno si ferma al nostro
impietoso autostop, nemmeno il sorngtrew, il grosso tuk tuk che fa servizio di
trasporto qui come in Thailandia. Decidiamo di tornare a Pakse, con un altro
sorngtrew e da li tornare, almeno in parte indietro, con un bus fino a Tat Lo.
Operazione che si concretizza dopo un’ora di sosta alla stazione di Pakse, già
visitata ieri, pancia di questo inferno di bus stracolmi e sorgntrew che
cercano nel loro piccolo di portare tutto quello che porta fratello bus, solo
con una montagna e confusione e implosione di colori. Sono seduto mentre scostante
guarda la scena di carico di un bus e uno di questi colorati super sorngtrew
ceh vengono anche chiamati Jumbo, lo sconforto passa, gli imprevisti accadono.Guardo
il tizio sul tetto del sorngtrew che si sta facendo un mazzo tanto per
caricare, è un puntino blu in mezzo all’oceano di colori di pacchi e scatoloni
d’ogni tipo. Sorrido. Che paese assurdo il Laos. Qui c’è del surreale.
mercoledì 8 febbraio 2012
Laos e le 4000 isole
Un Lao coffe e una baguette con burro e marmellata, talvolta un
pancake al cioccolato, qui lungo il Mekong, assaporando quest’aria rilassante
che sa di salmastro e non so
perché mi fa venire in mente le lezioni sul vino di Sangiorgi. Momenti
impagabili, entrambi.
Il Laos è pura magia.Conosco solo queste due piccole isole, Don Det e
Don Khon, qui a Si Pha Don, ovvero le 4000 isole (abitabili tre o quattro) del
Mekong laoita nei pressi della Cambodia. Sono già cinque giorni che sono qui e
son cosciente di aver trovato un altro mio piccolo paradiso, dopo Gili Air. Per
molti versi più bella Don Det, perché la cornice di questo fiume, che porta con
se non si sa quanta storia, ha dell’incredibile. GIli Air però aveva un mare
bellissimo, magari meno poetico e estetico, ma il mare è il mare. Per ora sono
i miei due posti, se mai dovessi scappare da qualcosa e ritirarmi per un po’.
Passeggiate, visita alle rapide, spiaggia, nuotata lungo corrente nel
fiume, un po’ di tubing (starsene
spaparanzati su una enorme camera d’aria, con una birra in mano, nel fiume e
seguire la corrente), un po’ di giocoleria insieme ad altri viaggiatori, altra
birra, tramonti, qualche chilometro in bicicletta, letture sull’amaca del patio
lungofiume della mia guest house Ho anche ripreso a giocare a scacchi, un gioco
a cui dedicherò molta della mia senilità, non posso farmi trovare del tutto
impreparato. e. Queste sono le mie giornate in un paese che in vero è ancora
misterioso, ma del quale già sto iniziando a gustare aria e comportamenti.
Inizio a conoscerlo, piano piano. Un paese dove il turismo è quasi un esclusiva
dei viaggiatori, qui di turismo non consapevole non se ne vede l’ombra, grazie
a Dio, almeno per ora. La birra è ottima
birra , la più comune la Laobeer mi ha fatto subito la giusta impressione, piazzandosi
dopo la Shinga thailandese alla prima bottiglia, ma dopo un paio di giorni ho
scoperto la Namkhong, che mi ha stupito con un gusto unico e se la troverò non
solo lungo il Mekong, sarà la mia birra ufficiale del Laos, con pochi
inframmezzi di Laobeer. Sono venuto a scoprire che questa birra nel 2011 ha
ricevuto anche diversi riconoscimenti internazionali.
Mi sveglio prima, anche prima delle 8 e vado a dormire presto,
difficile che superi mezzanotte, è un record per me. Ieri sera ho preso sonno
alle 11, forse il mio record personale.In Laos vige uno stretto coprifuoco per
la popolazione, ma nei posti più turistici o comunque con meno presenza di
polizia, al “turista” è permesso rimanere fuori, senza far chiasso, tenendo in
considerazione che nessun laoita è in giro e le varie attività sono chiuse,
quelle con clientela straniera, possono rimanere aperte un po’ di più, senza
musica e con luci abbassate. E’ una cosa che voglio capire bene e voglio
testare negli altri villaggi e città.
Interessante, e terribile, il divieto assoluto per le donne di avere
relazioni con uomini stranieri, se non sposati, anche questo è qualcosa che
voglio vedere anche da altre parti, dove la presenza dei locali sarà
sicuramente maggiore.
Don Kohn, l’isola consorella, più a sud e collegata da un ponte “fatto
dai francesi” è più grande, ancora più tranquilla, cosa dovuta semplicemente a
meno presenza di viaggiatori giovani più alta di quelli più in là con l’età.
Qui c’è un luogo dove poter avvistare i delfini d’acqua dolce e delle splendide
rapide che si ostinano a chiamare cascate.
Lasciare Don Det non è cosa
semplice, avessimo avuto un visto più lungo avremmo prolungato ben oltre i sei
giorni il nostro soggiorno in questo piccolo paradiso fluviale, fatto di pesca,
poco chiasso, tante biciclette, bufali e cani che sembrano sempre appena nati.
Fatto d’oro sulle spiagge, esattamente le spiagge di questa parte del Mekong
sono piene di polvere d’oro, che ogni tanto vedi anche galleggiare sull’acqua,
sembra molto rarefatta. Immagino non si possa raccogliere tutto quest’oro,
forse è più la spesa per separarlo dalla sabbia, comunque non è poco, fa uno
strano effetto. Nelle Shi Pha Don le spiaggia sono realmente dorate.Andarsene è
comunque un qualcosa che ora devo fare, quindi punte verso Pakse, d passaggio
epr arrivare a Paksong una nuova
barca e due nuovi bus da aggiungere alla lista, un nuovo motorino e via con l’esplorazione
del Plateu, zona di villaggi e popolazioni tribali… E che Dio ce la mandi buona
anche questa volta.
Etichette:
4000 isole,
Don det,
Don Khon,
Laos,
Mekong,
Si Pha Don
venerdì 3 febbraio 2012
(travel.06)
to Don Det
Etichette:
Laos,
Mekong,
video,
video (travel)
Iscriviti a:
Post (Atom)