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mercoledì 8 febbraio 2012

Laos e le 4000 isole


Un Lao coffe e una baguette con burro e marmellata, talvolta un pancake al cioccolato, qui lungo il Mekong, assaporando quest’aria rilassante che sa di salmastro e  non so perché mi fa venire in mente le lezioni sul vino di Sangiorgi. Momenti impagabili, entrambi.
Il Laos è pura magia.Conosco solo queste due piccole isole, Don Det e Don Khon, qui a Si Pha Don, ovvero le 4000 isole (abitabili tre o quattro) del Mekong laoita nei pressi della Cambodia. Sono già cinque giorni che sono qui e son cosciente di aver trovato un altro mio piccolo paradiso, dopo Gili Air. Per molti versi più bella Don Det, perché la cornice di questo fiume, che porta con se non si sa quanta storia, ha dell’incredibile. GIli Air però aveva un mare bellissimo, magari meno poetico e estetico, ma il mare è il mare. Per ora sono i miei due posti, se mai dovessi scappare da qualcosa e ritirarmi per un po’.
Passeggiate, visita alle rapide, spiaggia, nuotata lungo corrente nel fiume, un po’ di tubing  (starsene spaparanzati su una enorme camera d’aria, con una birra in mano, nel fiume e seguire la corrente), un po’ di giocoleria insieme ad altri viaggiatori, altra birra, tramonti, qualche chilometro in bicicletta, letture sull’amaca del patio lungofiume della mia guest house Ho anche ripreso a giocare a scacchi, un gioco a cui dedicherò molta della mia senilità, non posso farmi trovare del tutto impreparato. e. Queste sono le mie giornate in un paese che in vero è ancora misterioso, ma del quale già sto iniziando a gustare aria e comportamenti. Inizio a conoscerlo, piano piano. Un paese dove il turismo è quasi un esclusiva dei viaggiatori, qui di turismo non consapevole non se ne vede l’ombra, grazie a Dio, almeno per ora.  La birra è ottima birra , la più comune la Laobeer mi ha fatto subito la giusta impressione, piazzandosi dopo la Shinga thailandese alla prima bottiglia, ma dopo un paio di giorni ho scoperto la Namkhong, che mi ha stupito con un gusto unico e se la troverò non solo lungo il Mekong, sarà la mia birra ufficiale del Laos, con pochi inframmezzi di Laobeer. Sono venuto a scoprire che questa birra nel 2011 ha ricevuto anche diversi riconoscimenti internazionali.
Mi sveglio prima, anche prima delle 8 e vado a dormire presto, difficile che superi mezzanotte, è un record per me. Ieri sera ho preso sonno alle 11, forse il mio record personale.In Laos vige uno stretto coprifuoco per la popolazione, ma nei posti più turistici o comunque con meno presenza di polizia, al “turista” è permesso rimanere fuori, senza far chiasso, tenendo in considerazione che nessun laoita è in giro e le varie attività sono chiuse, quelle con clientela straniera, possono rimanere aperte un po’ di più, senza musica e con luci abbassate. E’ una cosa che voglio capire bene e voglio testare negli altri villaggi e città.
Interessante, e terribile, il divieto assoluto per le donne di avere relazioni con uomini stranieri, se non sposati, anche questo è qualcosa che voglio vedere anche da altre parti, dove la presenza dei locali sarà sicuramente maggiore.
Don Kohn, l’isola consorella, più a sud e collegata da un ponte “fatto dai francesi” è più grande, ancora più tranquilla, cosa dovuta semplicemente a meno presenza di viaggiatori giovani più alta di quelli più in là con l’età. Qui c’è un luogo dove poter avvistare i delfini d’acqua dolce e delle splendide rapide che si ostinano a chiamare cascate.
Lasciare Don Det non è cosa semplice, avessimo avuto un visto più lungo avremmo prolungato ben oltre i sei giorni il nostro soggiorno in questo piccolo paradiso fluviale, fatto di pesca, poco chiasso, tante biciclette, bufali e cani che sembrano sempre appena nati. Fatto d’oro sulle spiagge, esattamente le spiagge di questa parte del Mekong sono piene di polvere d’oro, che ogni tanto vedi anche galleggiare sull’acqua, sembra molto rarefatta. Immagino non si possa raccogliere tutto quest’oro, forse è più la spesa per separarlo dalla sabbia, comunque non è poco, fa uno strano effetto. Nelle Shi Pha Don le spiaggia sono realmente dorate.Andarsene è comunque un qualcosa che ora devo fare, quindi punte verso Pakse, d passaggio epr arrivare  a Paksong una nuova barca e due nuovi bus da aggiungere alla lista, un nuovo motorino e via con l’esplorazione del Plateu, zona di villaggi e popolazioni tribali… E che Dio ce la mandi buona anche questa volta.

martedì 31 gennaio 2012

Verso la conclusione... verso il Laos.


Il risveglio è drammatico, alle 5 di mattina inizia una nenia assordante, perforante, resa massacrante dall’orario improponibile.                                           
Si sposano, qui capita che si sposino tra le 4 e le 5 di mattina (è anche da capire che il popolo cambodiano ha la pessima abitudine di inizare la propria giornata intorno le 5/5,30). Polly apre gli occhi. Sbarrati, le inizia in questo momento, anche se è da un paio di giorni che si sente poco bene tra raffreddori fortissimi e mal di gola, un pulsante mal d’orecchio che le distruggerà la giornata. Far svegliare Polly prima delle dieci è  come versare olio bollente su una persona qualsiasi, non avrà una bella giornata... Polly è una persona fantastica, ma la dovete far dormire abbondantemente e mangiare regolarmente, altrimenti diventa peggio dei lavori in casa, più irritante di un cd rovinato che emette musica a tratti. Non è comunque colpa sua esser svegliata a quest’ora. Quest’ora è disumana. Più tardi un antidolorifico farà il suo effetto.

Il bus per Kratie si farà attendere quasi due ore, ma è abbastanza normale in Cambodia, meno di mezz’ora di ritardo è teoricamente impossibile, più generalmente si accumula quell’oretta di ritardo durante il viaggio. Ci si fa l’abitudine, non sono questi i problemi, profondi, di questo paese, che sì è in ripresa dopo il vero inferno, ma se non si cambia mentalità in alcune cose, non credo potrà fare grandi passi avanti.
Kratie è una cittadina, un grande villaggio, molto tranquillo dove si può riposare bene, fare passeggiate lungo il Mekong o andare a vedere gli ormai rari delfini d’acqua dolce, pochi chilometri più a nord, dieci minuti di tuk tuk più nove dollari a persona (costosissimo per la Cambodia) per una mezz’oretta in barca vicino ai delfini, che vedremo, ma come spettacolo è poco esaltante, vista forse la loro timidezza o comunque reticenza a mostrarsi a chi è venuto a trovarli.  Siamo “ospiti” nella guest house di: Un australiano che era innamorato del Laos, poi ha conosciuto la Cambodia e ha deciso di prendere moglie, figliare e comprare (dieci giorni fa) questa piccola guest house, carina, economica, abbastanza pulita e dove si può bere alcool non travasato. Jon, “senzacca”, era un tatuatore e riprenderà l’attività qui nella guest house, dopo che arriverà una decente macchinetta dalla Cina, visto che questa presa in Cambodia si è rotta dopo pochi minuti.
Lasciamo Jon, e il simpatico Pier, cambogiano tuttofare per l’ultima tappa prima del Laos, Stung Treng. L’attesa questa volta è d isolo mezz’oretta, promette bene, ma siamo in Cambodia… 
Dopo quasi due ore di viaggio e una puzza di frizione bruciata o altro che non se ne poteva più il bus semplicemente rallenta e poi si ferma, manco a dirlo, in mezzo al nulla. C’è una capannina poco più in la con un tizio che taglia legnetti e li lascia tutti ordinati in mezzo alla strada, non riesco a farmi spiegare il perché. La prendiamo con estrema filosofia, un po’ tutti, nessuno si lamenta, d’altronde loro sono cambogiani, noi viaggiatori, è una cosa che si sa, a questa latitudini capita. Capisco immediatamente, e non per perizia meccanica, ma perché pare ovvio, che l’autobus non si muoverà più. Vedi loro però indaffarati per un ora a versare acqua da una parte e un’altra ora a fare telefonate e provare a smontare qua e la: Dietro, sotto, davanti e perfino da dentro. Capendo l’antifona è una mezz’oretta che provo a fermare con l’autostop alcuni mezzi che arrivano, con poca fortuna, tra l’ilarità degli altri pochi viaggiatori e la scazzatura di Polly. E’ EVIDENTE che se non si fa qualcosa passeremo la notte, non al freddo, ma sull’autobus, sporco, stretto, senz’acqua e senza cibo. C’è pure la partita, che vista la situazione interet in questa parte del mondo, vedrò a pezzetti e ascolterò solo in parte.
Fantastico, un piccolo bus a cui sono rimasti tre posti liberi si ferma. Per inciso, sono io a farlo fermare, va proprio a Stung Treng, che anche se uno degli “addetti” al viaggio sul bus rotto dice essere ancora a due ore, non mancheranno più di una trentina di minuti...
Prima ridevano, ora provano a salire sul MIO piccolo bus, invito Polly a prendere di corsa la roba sull’autobus rotto, io carico i due grandi zaini e vado verso la mia salvezza, che è già attorniata dagli altri. Un cambogiano chiede di non prendere noi, ma gli altri concittadini, gli altri tre viaggiatori svizzeri son li cercando di salire: Guardo l’autista, lui mi fa semplicemente sì con la testa, saliamo noi, uno perché lui preferisce prendere turisti, perché pagano, due perché sono io che li ho fermati, tre perché Polly è bella da vedere ed è sempre meglio della supercicciona avanti con gli anni che prima rideva e ora è speranzosa.
Saliamo noi e un tedesco. Venti minuti e siamo a destinazione, alla faccia delle due ore.
La destinazione non è un granché, Stung Tregn fa piuttosto schifo, sono sincero, è un villaggio/mercato sulle rive del Mekong, poco caratteristico e molto sporco, discretamente rumoroso. Ci fermiamo cenare con Volker, il tedesco che si è unito a noi, ci raggiungeranno due ore dopo gli altri due, svizzeri, portandoci come notizia il fatto che tutti gli altri passeranno ufficialmente la notte sull’autobus, ocme avevo preventivato dopo due minuti.
Ci svegliamo con il rumore di una motosega che lavora il legno alle 8 di mattina, poco male visto l’orario in cui abbiamo preso sonno, prima di mezzanotte. Poco male per me, per Polly è la stessa cosa 8 di sera o 4 di mattina, lei prima delle dieci, ma facciamo undici non ci pensa nemmeno a svegliarsi. Incazzata continua fino a che la sega non cessa (alle 9 e 45!!!) e prosegue il sonno.
Si parte subito per il Laos.
La Cambodia è un paese affascinante, non ne ho vista moltissima,  ma quei cinque luoghi che ho visitato sono un ampia panoramica sulla sua popolazione. E’ un paese bello, non splendido, è la gente che fa la differenza: sempre col sorrise, nessuno ti pressa nonostante ti vedano quasi solo come un dollaro che cammina; possiede un ritmo di vita che fa bene alla salute.
Il problema è che è un paese profondamente povero, che da solo non si può rialzare perché praticamente gli sono state amputate quasi due intere generazioni, trent’anni fa.
Aggiungi questo, alla povertà di base e alla totale mancanza di un corretto approccio al lavoro che non sia legato all’agricoltura o alla pesca, ci si rende conto del perché questo è uno dei pochi paesi dove ti puoi fermare senza problemi ottenendo illimitate estensioni del visto, dove puoi lavorare regolarmente, anzi, qualsiasi straniero è i benvenuto: Lavorate, investite, aiutateci, sembra dire il governo. 

MERCATO DI KOMPONG CHAM

mercoledì 25 gennaio 2012

I bimbi di Phnom Penh


Phnom Penh capitale della Cambodia. Fantastici trentuno gradi e un cielo non troppo chiaro.
Una moltitudine di volti che sorridono in mezzo ad una povertà che già dai primi minuti ti rendi conto essere ad un livello che non possiamo comprendere. Una povertà nemmeno provata a nascondere in mezzo ad una città che è stata capoluogo dell’inferno alla fine degli anni ’70. Eppure la città mostra segni di ripresa finalmente, qualche piccolo grattacielo in costruzione, qualche SUV sfavillante che ti fa vergognare anche per il proprietario. E’ difficile capire come si possa girare in mezzo a questa povertà, a questi bambini con sguardi che ricordano l’africa o quanto meno lo stesso dolore portato da povertà e sangue, bagnati dal lusso e dalla sfacciataggine di non regalare loro un quarto di dollaro. Phnom Penh o meglio loro, i bambini, questi bambini, sono disarmanti nella loro allegria anche quando sono lì nello sporco, nel nulla di un baratro che non comprenderanno per anni. Si fermano a giocare con te senza chiederti nulla, anche perché potreste dare qualsiasi cosa, la maggior parte di loro no si rende conto del valore delle singole banconote, loro imitano i grandi.
C’è invece quello con la macchina con il quale ricavo di vendita si potrebbe sfamare parte della  città. Ora non sto a criticare soldi, bella vita, belle macchine. Critico il momento storico, il contesto. Sei in una città occidentale, povertà e opulenza sono ovunque, hai le possibilità economiche, non sono il buonista che ti critica per una macchina da centomila euro. Mi sento toccato, mi fa sentire male come essere umano, vedere però la macchina da centomila euro in mezzo alla povertà profonda. In questi casi loro quasi non ti cercano più, non vengono a giocare e spesso nemmeno ad elemosinare. Ti guardano in silenzio, s’appoggiano al vetro per vedere il loro fratello cambogiano guardarli con sdegno, con schifo o peggio, con noia e superficialità.
Phnom Penh non è bella. E’ una città con un animo profondo che forse non ha nemmeno più un orgoglio per quanto è stata defraudata e spezzata nelle sue cellule. L’anima però è lì, immutabile di un popolo che sa cos’è l’inferno per empirismo e i suoi figli crescono nell’ignoranza più totale, ma con una laurea nell’argomento citato, il dolore.
Noi occidentali che a volte per vita cerchiamo di fare finta di niente o quanto meno di distaccarci, potremo non comprendere cosa hanno fatto i pochi anni di quel bastardo di Pol Pot a questa gente. Informatevi, fate un giro in rete se vi è sfuggito.
I numeri parlano di duemilioniemezzo di morti in circa quattro anni, un carcere, tra i tanti, l’S21 governato e “inventato” da “Deutch”, uno dei bracci sinistri di Pol Pot, che somma, si fa sintesi massima dei metodi di tortura asiatici che a loro volta hanno l’eredità di quelli occidentali passati per la seconda guerra mondiale. Il destino, si sa non manca d’ironia, ha portato la scelta di creare il carcere in una ex liceo: Dove si imparava a vivere e crescere, si è imparato a uralre e morire.
Visitare l’S21 d’impatto è stato meno traumatico dell’attesa, probabilmente, in parte si è abituati oggi, sottolineo purtroppo, a concepire, almeno nell’immaginario, ogni tipo di dolore. In parte il profondo rispetto che porti in un posto del genere, come in altri nel mondo, può in quel momento portarti ad una paralisi delle emozioni. Ero come in uno stato di semplice studio, vedevo, mi impressionavo e immagazzinavo. Scattando un reportage di cui sono stato davvero contento e che vorrei non aver potuto scattare, nel senso che vorrei non ci fosse mai stato niente del genere. E’ dopo, quando esci e poi passi la notte che i pensieri, i collegamenti, la tua critica moltiplica e cresce e si fa profonda. E’ la consapevolezza che ti cambia, l’averlo visto, l’esserci stato, l’aver respirato quell’aria  che non sa di morte, sa semplicemente di nulla, di vuoto, è stato l’innesco. E’ un pensiero che non ti abbandona per qualche giorno.
Phnom Penh non  è contraddittoria, ma profondamente lineare, quelle poche macchine superlussuose non sono il contrasto della città, che non vive di tali dinamiche, sono il normale sviluppo dell’azione, è la natura umana che è tale. Il suo dolore, la sua passione in tal significato, è lineare, è coerente. La ripresa è partita, ma il dolore non è ancora passato.
Ho avuto una splendida trattativa con una bambina che vendeva braccialetti, alle nove e mezza di sera e che alle quattro avevo visto a cinque chilometri da lì. Non volendo comprare braccialetti le ho dato un misero mezzo dollaro. Lei ringrazia felice e rimane li a chiacchierare, allora decido di darle un altro dollaro e comprare un braccialetto, ma cerco di fare l’affare…. Due dollari per DUE braccialetti, un genio della trattativa. Cerco di mettere il tutto come se fosse lei un mercante adulto, lei si atteggia ed è contentissima di credere di essere una grande commerciante che ha convinto un turista a comprarle due braccialetti per due dollari, facendo credere a quest’ultimo di aver fatto un affare. E’ stato bellissimo vedere lei, così contenta. Lei non aveva cambio e io solo un pezzo da cinque dollari. Allora la vedi che si dispera ché non ha cambio! Non ti preoccupare le faccio, tra l’altro la bambina parlava un ottimo inglese, ti propongo un affare, le faccio porgendole la mano come per stringere un accordo che non avrebbe rifiutata. Facciamo cinque dollari per tre braccialetti! Lei senza sorridere, seria, ma con gli occhi che brillavano, mi dice decisa: “Deal!”. Fiera dell’affare concluso. Volevo morire, ho avuto una cosa stupenda, uno spettacolo per solo cinque dollari! Lei era favolosa e ha scelto uno dei tre braccialetti, messo al polso.  Dopo mi son sentito in colpa per averle dato solo cinque dollari. E’ dura non dare una mano anche piccola a questi bambini, come fai con lei o con un altro che mentre sei seduto su una panchina viene a giocare con te e si ruzzola in terra già lurido e tu ti fermi a guardarlo per capire come fa ad essere così felice se dorme sotto i cartoni, mangia roba scaduta forse una volta al giorno, si lava nel fiume una volta a settimana e non ha playstation, iphone, accesso internet, vestiti firmati, o comunque nemmeno un paio di scarpe rotte. E’ dura voltasi e far finta di niente. Qui molta gente si è fermata e ha iniziato ad aiutare, magari anche sol regalando lezioni d’inglese ai bambini…
Il benessere è un cane che si morde la coda messo in condizioni di chiusura mentale. Basterebbe la conoscenza. A volte basterebbe un viaggio consapevole, anche breve, in luogo del viaggio da turista festaiolo e puttaniere.
Il lavoro minorile è norma. Ovunque, non quello da fabbrica, quello da strada, vendono di tutto, dalle pannocchie ai braccialetti. Servono ai ristoranti, spesso. Sempre più sporchi. Imparano a vivere così.
C’è anche qualcosa che ricorda anche il Vietnam in questa città, in alcuni colori e nell’architettura vagamente francese, sicuramente niente nelle persone, se non il fatto che anche qui c’è qualcuno che si copre completamente dal sole. I driver dei tuk tuk, hanno un taglio thailandese come approccio, ma poi quando ci parli, se ti fermi sono completamente differenti, infatti qui capita spesso che il tuo tuk tuk diventi l’unico, quello di fiducia.
Grazie Phnom Penh, per esserti mostrata a me come fai con tutti quelli che non si vergognano di guardarti. Se si vuole conoscere il mondo, questo è uno dei posti da capire.

sabato 29 ottobre 2011

SAIGON E IL GRANDE MEKONG


Motorini.
E’ la prima parola che mi viene in mente pensando a Ho Chi Minh, che amo chiamare ancora Saigon. Chiunque ci sia stato vi potrà dire questa cosa dei motorini, è scritto poi su ogni tipo di guida turistica (tra l’altro più vado avanti e più trovo la Lonley Planet la peggiore della categoria, ma come sempre il marketing fa la differenza, utile cmq in certi casi, addirittura fuorviante in altri), ma effettivamente finché non vieni non capisci cosa vuol dire nuotare tra i motorini per attraversare una piccola strada. A Saigon c’è traffico ed è creato esclusivamente dai motorini. Riuscite a comprendere il traffico creato dai motorini, un mezzo che da noi è utilizzato per evitarlo questo benedetto traffico. Una cosa disumana. Migliaia e migliaia di motorini ovunque ad ogni ora.
Fa quasi ridere e aggiungendo il fatto che come in ogni paese dell’Asia, di questa zona dell’Asia, forse ad eccezione del Giappone, le regole stradali, le più basiche, non vengono rispettate. Potete comprendere il caos che c’è nella capitale Vietnamita, che non è la capitale lo so. Quella è Hanoi, ma alzi la mano chi è ancora convinto sia Saigon. Questo è caos, non quello di Hong Kong! Per strada è un casino totale. Un quadro neorealista coloratissimo ed effimero. almeno nei suoi colori. Lo trovo estremamente affascinante, andare in quattro su un motorino è abbastanza normale, poco bello quando vedi che i quattro sono due adulti con casco e due neonati, priva di ogni accorgimento verso la loro incolumità, quasi non capissero i genitori che in caso di piccolo incidente per loro c’è una morte molto probabile.
Sempre innumerevoli, almeno rispetto a ciò che ci si attende è la presenza di persone disabili dalla nascita. I problemi fisici, di norma pesantissimi ed totalmente limitanti, sono dei più svariati, ti stringe il cuore ogni attimo. Ci si può domandare come mai questa presenza così inquietante. La risposta è purtroppo semplice: La guerra.
La guerra dalla quale ci si attendono morti e mutilazioni qui inoltre possiede il fardello eredità di una delle più stupide e inutili tra esse, se mai ne potete trovare di utili e intelligenti: The American war. Guerra del Vietnam per noi occidentali.
Anche se Full metal racket c’è piaciuto tantissimo.
Spesso come per i cowboy che massacravano le popolazioni indigene, abbiamo tifato per i nipoti dello zio tom, che hanno massacrato un paese con armi non convenzionali. Un arma uccide, è sbagliata a prescindere, ma tra uccidere un uomo con una pallottola e farlo bruciare con il fosforo o avvelenandolo con la diossina, principio attivo dell’”agent orange”, è disumano.
Gli avvelenati, tantissimo, hanno dato vita e ancora oggi succede, a malformazioni e disordini di ogni tipo. Incontabili sono i nati morti o con disfunzioni o ancora mancanze così gravi che sono morti dopo pochi mesi o pochi giorni aver visto luce. Moltissimi possono vivere e vivono a quanto pare con un grande orgoglio e un grande odio.
Se vieni a Saigon torni a pensare a quei film, a quel “bastardo muso giallo”, ripensi a quell’America, gli stati uniti, che mi piace tanto, nonostante suoi enormi problemi, le sue incommensurabili differenze e il suo potere troppo spesso usato per aumentare un egemonia non voluta dai suoi stessi cittadini. Molti figli americani sono nati con seri problemi a causa dell’avvelenamento involontariamente inflitto anche ai suoi stessi figli. Involontariamente, ma ci potevano pure pensare. Capisco che tu vuoi vincere la guerra, ma non ci pensi che se getti un defoliante chimico non solo devasti le foreste, ma ammazzi uomini atrocemente e li violenti nell’anima, li rendi portatrici di vita infelice per generazioni. Non capisco come, anche se in guerra, possa venire meno l’umanità a questo livello. Arrivo addirittura a comprendere gli ignoranti soldati, ma il genio che l’ha pensata, quello, quello è peggio di Hitler e Stalin messi insieme. Quel personaggio è alla stregua di Pol Pot.
Devo andare oltre e lo faccio, ma ogni tanto il pensiero ritorna. Il Ciu chi tunnels, i tunnel scavati e utilizzati dai viet minh prima e ampliati e resi famosi dai viet cong poi, sono un bel pezzo di storia da visitare, dove vedi uno dei modi come “il nemico” ha tenuto fronte al nipote a stelle e strisce, producendo ovviamente altra violenza e altre barbarie. Questo a due ore da Saigon. Il museo dell’American war invece interno alla città è povero, più che altro fotografico (di questo ne sono contento), ma estremamente forte, duro.
Esplicativo.
Saigon, come ho detto, è affascinante, davvero poco bella, forse meno di Jakarta, ma ancora più attraente. Come una puttana datata. Credo abbia forti somiglianze con Bangkok, sottolineo credo perché di Bangkok ancora non posso parlare, rivedrò il prossimo mese.
Pham ngu lau è ricco di vita e di notte si accende come una Las Vegas, ma lurida e senza gioco d’azzardo. E’ “traffichina”, se volessi usare un termine che amavo qualche anno fa. Questo è il quartiere definito “dei backpakers”, perché si trovano gli alberghi più economici ed è il centro delle agenzie turistiche specializzate in visite locali. Alcool a fiumi ed accessibile a prezzi tra i più economici al mondo, credo anzi il Vietnam abbia il record per il prezzo più basso al mondo per l’alcool. Si può trovare una bottiglia importata, referenza standard, a sessanta centesimi di euro. Stesso prezzo la locale. Dicevo, alcool a fiumi e droghe, economiche anch’esse ad ogni angolo, nonostante la forte presenza di polizia. Non mancano alcuni reduci americani, sembra ce l’abbiano scritto in fronte, ma purtroppo è perché la loro desolazioni è spesso facilmente visibile. Li vedi che si incantano, letteralmente, posata la birra tracannata, o mentre girano un piccolo spino di marjuana locale, noncuranti della divisa verde alle spalle.
Sigarette? Zippo (va tantissimo)? Marjuana? Coca?
…E io convinto che ‘sto posto fosse inondato d’oppio. Ingenuo.
Canto. Nel senso che spostiamo accanto. No, volevo dire a Canto. Can Tho.
Ero estremamente curioso di vedere il Mekong, un fiume dal nome altamente evocativo, sempre per la vicenda di cui sopra e per alcuni imperdibili film, come Apocalipse Now.
E’ meta quasi obbligata se si visita il Mekong non solo per spiagge e mignotte, il delta del grande Mekong. I pesi sono molti, per quanto ci riguarda abbiam deciso di vederne solo uno tra i quattro cinque più famosi e abbiamo scelto Can Tho. Qualcosa perderemo, ma avendo solo un mese per tutto il Vietnam, qualcosa si deve perdere, come molto abbiamo perso in Indonesia ( in quel caso anche per esserci fermati un mese in un paradiso, ma ogni tanto un po’ di paradiso fa bene anche alla pelle, oltre che all’anima). La scelta è caduta su questa cittadina per via del mercato galleggiante. Ce ne sono molti sui paesi del delta, ma questo è il più grande in assoluto, deve essere uno spettacolo affascinante di cui potrò godere domani mattina. Riferirò.
Una volta l’anno il Mekong sale di livello, questo ovviamente la guida non lo dice (sarebbe interessante farmi spiegare a cosa serve sta guida oltre alla mappa e alla lista per dormire), non so se solo su questo braccio del delta e per un paio d’ore sommerge Can tho, almeno per metà.
Avevo visto dei tombini straripati appena arrivato, ma come potevo pensare di ritrovarmi a camminare scalzo per il paese tra la marronissima acqua de sto maledetto Mekong?
Davvero, è stato un bell’impatto all’inizio, ma ci siamo ammazzati da ridere dopo. Da ammirare lo spirito d’adattamento del mia super naif Polly. Dopo un paio di che schifo a testa, un sedici diciassette “che Dio ce la mandi buona”, ci siamo tolti scarpe e calzini e siamo andati verso la guest house immergendo i piedi nell’acqua che aveva un colore che più sconfortante è difficile, anche se non so fosse realmente stato più inquinato del biondo (??) Tevere.
Teoricamente, come tutti i turisti dopo aver capito che non potevamo tornare all’albergo ci saremmo potuti fermare e attendere. E’ che abbiamo scoperto che il livello torna normale dopo un paio d’ore solo “nel mezzo del cammin di nostro Mekong”. Ormai i piedi zuppi, in un paio di casi quasi fino alle ginocchia, e le guance doloranti dalle risate non ci hanno consentito alla nostra voglia d’esperienza di fermarci. Ormai eravamo dentro, dentro si balla, c’è poco da fare. Poter raccontare anche questo poi, anche se sarà più utile un video e qualche foto, è qualcosa per me di irrinunciabile. Detto questo ho più volte rischiato di spezzarmi un dito, il piede o la caviglia, perché capiamoci, eravamo in mezzo alla strada, ci sono buche, tombini, cose di ferro che spuntano dall’asfalto e servono normalmente a qualcosa, insomma le risate non finivano, ma pure le urla se ci fosse andata male. Se Mi fosse andata male, perché senza dubbio ho fatto da cavia e battistrada per la mia inesauribile compagna.
Ora siamo in camera, questa è davvero una guest house, nel senso più stretto del termine, le stanze, sono dentro la casa di un famiglia le cui due figlie si stanno preparando per non so quale serata, anche se così vestite sembrano massaggiatrici (di quelle col massaggio extra).
Mi tocca terminare perché Polly sclera ( adire il vero lei fa i capricci), vuole andare a mangiare e bisogna trovare un collegamento internet, qui è stato quasi impossibile fin’ora comprare una scheda sim per il collegamento. Non che non ci sia, ma non riesco a farmi capire che mi serve una scheda dati, e non una per il traffico telefonico. A Saigon ho trovato troppo tardi i negozi che le vendevano e qui quella più brava con l’inglese ha difficoltà a capire bene la differenza tra yes e no. Come mia nonna che non capirà mai tra On e Off quale sia acceso e quale spento. Insomma siamo al buio, tecnologicamente parlando.
Vi giuro, non so se sono riuscito  a farlo trasparire, a trasmetterlo, ma fare quella sporca e malsana passeggiata a piedi nudi è stato un qualcosa che non dimenticherò per il resto della vita.