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sabato 16 agosto 2014

Boom Parvati. Malana e il Charras.

Mother Parvati è stata tutta d’un fiato. Avrei potuto scrivere spesso. La vita è fatta così e o seguito il drift della valle.
La famosa Parvati Valley è una valle tagliata dal fiume che gli da il nome, o che prende il nome dalla valle, va a sapere. Qui comunque Parvati sia Accoppiava con Shiva, o meglio dire Shankar. Qua sopra, a oltre 4000 metri, dove c’è il Mantala Lake, se dice Shiva venga a fumare il suo Chillum.
Parvati ha due, o meglio 3, villaggi, più evoluti, giù a valle sul fiume. Jari, Kasol e Manikaran. Principalmente il turismo giovane si ferma a Kasol. Così o fatto anch’io visto che il 198 Aprile, quando sono arrivato avevo voglia di gente.
Poi ci sono i villaggi. Sparsi per la valle, e a dovere altitudini (siamo a 1600msl a Kasol), Pulga, Khalga, Nakthan, Malana e Magic (che per gli abitanti di qui questa parte è Malana Valley o Magic Valley), Ghrahm, Chalal, Lapas, Kiriganga, Katagla, Tosh, ed altri.
La valle oltre ad essere bellissima e ad offrire magnifici sentieri per il trekking qui sull’Himalaya, perché va ricordato che siamo sull’Himalaya (qui Shiva è davvero di casa!), il posto è famoso in India e nel mondo per la sua produzione di Charras. Qualcosa di molto simile all’Hashish.
Per capire davvero la valle e non essere chiusi con la mente di fronte ad una forma di THC (tra l’altro qui è legata a cultura e religione), bisogna usare l’immaginazione e vedersi in posti come il Bordeaux o la Coté D’Or. Il Charras è molto simile al vino e la Parvati Valley diventa quindi simile al Bordeaux, con tanto di fiume. Nel Charras come nel vino conta tutto:
conta la pianta, conta il terreno, conta la posizione, l’altitudine, il versante della montagna. Conta quindi in che villaggio è stata prodotta, e come il vino anche qui il charras prende il nome del villaggio di produzione e ovviamente l’annata, anche se in questo caso, a parte le leggende di Malana che spiegherò in seguito e a parte poche personali conserve, il charras finisce lo stesso anno di produzione, la richiesta è troppo elevata (infatti da diversi anni orami si trovano porcherie con tagli di ogni tipo) e comunque solo i charras di primissima qualità, chiamati ormai da diversi anni CREME, possono rimanere buoni, o migliorare con qualche anno di stagionatura. Detto questo conta l’etichetta, ovvero chi ha fatto il charras, quale famiglia. Si può facilmente immaginare la grande varietà che si incontra. Come nel vino bisogna imparare come assaggiare, o almeno bisognerebbe. Si può capire la pulizia, il gusto, si colgono sentori di ogni tipo. E' un mondo che spesso rapisce anche chi non era interessato al charras a priori. La verità è che è incredibilmente buono a prezzi bassi o relativamente bassi (sempre se si è in grado di affrontare ed evitare le solite fregature), e come il vino ti lascia una meravigliosa sensazione per un po’.
Il charras si “dovrebbe” consumare solo con i Chillum. Così vuole la tradizione. Shiva non si fa le canne. Poi, chiaro, ognuno fa come vuole, anche perché fumare un chillum da soli è cosa per pochi, è abbastanza duro.
Un chillum, per chi non lo sapesse, è una sorta di pipa dritta, un cilindro leggermente conico fatto in terracotta. La mistura di charras e tabacco viene messa all’interno dal foro superiore. All’interno del chillum c’è la “pietra”, generalmente esagonale, ma possiamo trovarla anche tonda con solchi a canale semisferico, lungo tutta la sua forma (vanno di moda così ora). La pietra dovrebbe essere lunga, una cosa come 3-4 il chillum, più o meno.  I chillum vanno da corti, i ciota, quelli dei baba, a lunghi, i Bhara, circa 23 cm, per fumare meglio.
Teoricamente il chillum dovrebbe essere di pura argilla cotta almeno a 900°.  I migliori sono tra i 23 e i 26 cm e belli tosti, non esili e magri come li fanno ora, che sono più fancy, ma chiaramente l’argilla terrà meno il calore. L’ideale è un chillum in argilla senza nulla in aggiunta, no lucidi, no coloranti né altro. E’ ovvio che vista la clientela di ogni tipo, oggi si trovano pezzi d’arte, bellissimi coloratissimi chillum, che spesso si fumano male, o semplicemente puzzano.
I chillum sono stati inventati dagli indiani, qui sull’Himalaya. Però come sempre se vuoi una cosa fatta bene la fai fare agli italiani (se ci pensate noi non abbiamo inventato NULLA, noi vediamo e reinventiamo facendo un lavoro nettamente migliore – basti pensare a caffè, pizza, spaghetti, ravioli, abbigliamento di lusso, radio, macchine, parlo della Ferrari e della Lamborghini, non della fiat… e Chillum - ). Vedete qui in Parvati quando il turismo praticamente non esisteva. Nemmeno per gli indiani, sono arrivati pochi italiani. I primi, a Malana ancora raccontano le storie. Non dico che un italiano sia il primo straniero che abbia messo piede a Malana, dico che gli italiani sono i primi ad esser venuti in serie,  primissimi anni ’70. Io la prima volta che ho sentito parlare di charras, senza saper bene che fosse (a parte il fatto di essere un prodotto della canapa), eravamo nella seconda parte dei ’90. Qualcuno mi diceva fosse una particolare mistura di hashish e marjuana. Poi l'ho assaggiato, quello vero almeno, nel 2004 ad Amsterdam, in Italia echeggiava questa leggenda del Malana Cream, che vinse il titolo di miglior prodotto dell’anno nel 2003. Leggende.
Il posto chiave, dove tutto è iniziato è Malana.
Un posto incredibile, dove i bambini non battono le ciglia e ti parlano nella lingua dei demoni. Un posto dove la gente ha sempre questo sguardo consapevole, aperto, spiritato. Qui sei un’intoccabile e sarai per molto trattato da tale. Qui sei considerato non solo inferiore, ma sporco. Non conta che i tuoi occhi e la tua realtà ti raccontano l’esatto opposto. Non puoi toccare niente e nessuno o non solo sarai multato, ma perderai fiducia e credibilità futura. E' un posto poi non così bello,  considerando gli altri villaggi, ma la vista resta sempre incredibile. Siamo a 2700 metri sull’Himalaya. Shiva è sempre Shiva, ma il protettore locale è Jamdagmi, un altro Lord. Malana produce, il miglior Charras del mondo (una volta il charras era prodotto solo sull’Himalaya). Per il fatto che è diventato così famoso, ormai la vera crema di Malana è quasi introvabile, ha prezzi più elevati e di conseguenza valle e villaggio sono pieni di prodotti di seconda, terza, quarta scelta più le varie misture con qualche olio porcheria o foglie varie. La fregatura è ovunque. Per esser sicuri bisogna non solo conoscere, ma provare. Vista, olfatto e gusto. Come il vino. L’India è inondata di “Malana Cream”, tanta gente, tantissima ne ha le tasche piene. Eppure la verità è che di questa ondata, solo l’1 percento è reale e quasi tutto questo un percento si trova ancora qui a Malana o nella Parvati Valley. Uno dei segreti di Malana è che la crema del tempio, quella che solo gli abitanti di Malana possono fumare e solo nel tempio, sia fuori da ogni grazia di Shiva, un gusto trascendentale. Leggende, vai a sapere. Si dice che a Malana ci siamo conserve di charras anche di un secolo. Leggende.
Malana è amata da pochissimi. E’ un dato di fatto, come dato di fatto è che se sei italiano e ti comporti a modo, qui a Malana dopo un poa sei di casa. Grazie a chi è venuto prima e grazie al fatto che il turismo italiano classico qui non viene. Non c’è figa. Non ci sono locali. Non c’è il mare. Generalmente non c’è nemmeno il cesso.

sabato 17 maggio 2014

Aggiornamento. Introduzione alla Parvati Valley.

Ho pubblicato i video. Alla fine poco raccontano effettivamente del viaggio. Quindi butto giù due righe, per un po’di cronaca.
Con Manu partita io avevo un idea di andare a Cittogaraph, per il forte, ma passo soltanto, il posto non mi piace, do una veloce occhiata al forte e continuo dritto per Udaipur. In autostrada vengo accostato da un indiano in Enfield, non capisco lo saluto e accelero. Lui mi segue per chilometri, poi rallento e ascolto. Mi correva dietro per darmi un biglietto da visita. Guddu, proprietario dell'Haveli Pushkar Palace di Udaipur. Alloggio li, mi trovo benissimo, Udaipur è un altro gioiello del Rajasthan. Conosco Sasha, giapponese mezza americana Con cui condividerò un po’ di viaggio e un feeling poco più che platonico, ma si viaggerà bene insieme. Qui a Udaipur devo fare un piccolissima riparazione alla moto, cambiare una rondella perché perde un po’ benzina. 100 rupie, potevo farlo da solo… Dopo 6 giorni a Udaipur ci muoviamo per Jodhpur, la città blu, ma facciamo una notte di sosta, prima passando per Kumbhalgar, dove c’è un bel forte e le sue mura costituiscono le mura più lunghe al mondo dopo la grande muraglia. Da li Ranakpur, la mattina seguente per visitare un meraviglioso tempio Jain, e via verso Jodhpur. Bel viaggio, bela panorama, bei volti. Grande Rajasthan.
Jodhpur, altra posto incantevole. Di Jodhpur quello che è immancabile è lo strepitoso forte, punto storico importantissimo viste le vicende tra Merwar e Moghul in passato, e almeno una vista della città da un punto alto per capire perché la chiamano la citta blu. Stanza e guest house, condivisi con Sasha, sono bellissime. Sasha è un bella ragazza, una bella persona ed una brava scrittrice, quindi penso che le farò scrivere un paio di articoli per le mie foto, visto che il mio inglese per un articolo professionale, non è sufficiente. Al forte mi faccio leggere la mano da un tipo che sembra un professionista. Suggerito da una vecchia amica di scuola. Ci vado incuriosito per un arte che mi piacerebbe imparare. Lui non legge la sinistra, lui legge la mano che tu usi. Quindi la mia destra. A livello di personalità azzecca tutto, pauroso. Magari tutto quello che ero e che per fortuna in parte non sono più. Per quanto riguarda passato presente ci becca poco con me, qualche cantonata clamorosa, ma alla fine è un esperienza da cui ho imparato qualcosa.
Jaisalmer. Jaislamer è qualcosa che personalmente ha rischiato di farmi venire la sindrome di Stendhal. Ho versato lacrime, di nascosto, nel passeggiare all’interno di questo forte. Per mio gusto, per il momento emotivo in cui ero in quei giorni, quel posto è stato incredibile per me. Contando che non mi aspettavo assolutamente qualcosa del genere. Un forte vivo, con 3000 persone che vivono e lavorano all’interno di questa struttura che ha 800 anni e che è ancora lì incredibilmente magnifica, in mezzo al deserto, con i suoi lavori di scultura chirurgica in ogni facciata di templi, palazzi, Haveli. Ogni terrazzo, finestra e lavorato in maniera minuziosa. Tutto giallo oro. Tutto i forte e tutto fuori da l forte. E poi i il lago, bello come quello di Pushkar e forse di più. Jaislamer è uno dei posti costruiti dall’uomo più belli della mia vita. Come la pagoda di Yangon, i templi di Angkor Wat, Roma ovviamente, Istanbul. Ci sta pure Jaislamer, altro che.
Una notte nel deserto, che certo non è il Sahara, e la mia amica Sasha non è il grande amore che avevo al tempo, ma il deserto, con tanto di dune è  sempre il deserto e se posso una notte all’addiaccio sotto quelle stelle non la perdo. Quindi Cammello, che al solito è un dromedario non un cammello, ma pare sia una distinzione che non interessa più a nessuno. Come dire che blu Marlin e pesce spada sono al stessa cosa. Comunque….
Ci separiamo qui, lei va a Pushkar io dritto a Jaipur con tappa a Nagaur, perché 600 chilometri me sembrano troppo e perché a Nagaur pare ci sia un altro bellissimo forte. Così sarà, tra l’altro visita ad un interessante mercato e storiella da raccontare. La cosa divertente è che mi ritrovo con catena della moto rotta, proprio dopo i 330 km d istrada che portano a Nagaur. La catena si spezza a 200 metri dal meccanico. Quando si dice culo. Diciamo che ormai magnetizzo un bel po’ di energia positiva.
Il giorno dopo mi sveglio finalmente presto per partire, perché il caldo del Rajasthan nelle ore centrali sfiora ora i 42 gradi e qualcosa. Meglio partire massimo per le sette e mezza. Sta di fatto che il boss ha deciso che aprirà l’albergo pare alle 8. Cosa? Io sono imprigionato in albergo? Cioè mi state sequestrando? Dopo una mezz’ora di scampanate, suonate con a moto, urla per svegliare qualcuno… Niente. Decido. Butto giù il cancello e che lo spirito di Van Damme, Bruce Lee e Commando entrino nei miei piedi e nelle mie spalle perché è un cancello di ferro. Però siamo in india, alla fine quanto può esser serio quel cancello. Infatti. Due calci ben piazzati che qualche amico definirebbe uramawashigheri, se ricordo i nomi giapponesi. E giù. Ripeto, non sono io, è un cancello indiano. Parto per le 7 e 40 alla fine. Non che abbia guadagnato molto in fattore tempo.
Jaipur, la città rosa è una bella delusione. Se arrivi per la prima volta in India, qui, magari ti piace. CI sono sempre i volti indiani che sono fantastiche storie da osservare, ma la città rosa in sé è un’effettiva delusione. Il palazzo del Maharaja  è si bello, ma nulla di speciale considerate le meraviglie del Rajasthan, ma questa è la mia realtà, realtà di un occhio europeo cresciuto a Roma. A me il palazzo, lascia indifferente, l'Amber forte è bello, ma qui in Rajasthan sono abituato ad altro. Poi c’è il cannone su ruote più grande del mondo. Ha sparato due volte ha un gettito di quasi 30 chilometri e la legenda vuole che chi accenda il cannone per sparare deve esser nato sordo… Bello, mi spiace dirlo, non impressionante.
A Udaipur si era rotto lo schermo del computer, dopo una mezza odissea e una rapina a mano armata eseguita dalla Apple che prima ha rifiutato una assistenza in garanzia e poi mi ha fatto pagare quasi metà del Mac di nuovo, riesco a riprendere di nuovo il mio Mac, qui a Jaipur e mi chiudo a casa a lavorare perché tra i giorni in ritardo che avevo accumulato e questi 15 di scatti in Rajasthan senza computer… Mi servono tre giorni da 12 ore l’uno per mettermi a paro con gli articoli e le foto.  Da qui Parto per Agra con sosta a Abaneri, dove si trova uno delle costruzioni più magnifiche dell’uomo. Altro che Taj Mahal o il pushkarani e i templi di Hampi, qui troviamo il Chand Baori. Costruito come Pushkarani, ovvero una buca a sezione quadrata, con un interminabile scalinata che sembra geometria sacra. Generalmente queste sono costruzioni per raccogliere l’acqua e servire templi o zone circostanti, in passato. Questo invece è stato costruito con il tempio nel centro, è qualcosa di imperdibile ed è pazzesco che pochissimi siano a conoscenza di questo posto, che l’Unesco non lo consideri nemmeno. Roba che non c’è biglietto di ingresso e… dovrei farvi vedere le foto per farvi capire di quello di cui sto parlando. Comunque… Agra, poi.
Agra come è noto è un posto invivibile e inguardabile. Ci si va per il Taj Mahal e si scappa. Arrivo alle 5, alle 6 e 30 sono al Taj, alle 7 sono fuori. Il Taj è ovviamente molto bello, ma è il colpo d’occhio che regala attraverso porte e giardini disegnati apposta. La struttura è bella, ma di per se estremamente semplice, come fosse uno di quei palazzi che all’Eur a Roma chiamiamo Templi. Semplice e praticamente vuoto all’Interno. Ecco non voli in India per il Taj, perché solo in India ci sono cento cose più belle, però se ci sei è bene fare una visita.
E la mattina dopo prestissimo via, cercando di arrivare il più vicino possibile alla Parvati Valley.
Beh parto alle 6,30. Scelgo di fare l’unica vera autostrada per ora presente in India. La Agra Delhi. Tutte le altre, anche la maestosa strada che taglia tutta l’india a metà non è  più che una pericolosa superstrada. Sta di fatto che il tempo mi è avverso e ci metto un bel po’ per uscire da Agra, per via di pioggia, casino e segnaletica che spesso è montata sbagliata. Considero di arrivare in meno di tre ore a Delhi ce ne metto 4 e mezza. Prendo la grandine e mi devo fermare in mezzo all’autostrada e scavalcare le recinzioni per entrare in una fattoria dove mi scaldano dando fuoco a della merda di vacca essiccata. Grandine, in India, quando ieri faceva 39 gradi ed à la stagione secca.
Poi arrivi a Delhi che è l’inferno e solo per passare Delhi, senza davvero entrare perdo altre due ore. Tiro dritto e inizio a vedere incidenti, tir rovesciati, qualche morto. LA guida in India è pazzesca. E’ tutto pericoloso. Le regole non esistono e l’intelligenza non è alle stelle. Non si sa come dopo 11 ore arrivo quindi a Cittogaraph. Che mi aspettavo interessante invece è un cittadina moderna, dove non c’è nulla, dove i quartieri sono chiamati block 1, block 2 etc… e per loro sarebbe un progetto di città moderna. Un incubo post moderno. E pure costosa.
Ovviamente la mattina seguente scappo per il terzo giorno di fila in moto, mi aspettano 300 chilometri, di cui 23 di vera montagna indiana. Parto alle 8 arrivo poco prima delle 5. LA strada da fare è una delle cose più complicate della mia vita. Una perché so stanco, oggi chiuderò la mia 3 giorni con quasi 1100 chilometri all’attivo. Chilometri India. Se pensate che la Salerno Reggio sia un autostrada pericolosa, sappiate che non esiste qualcosa di così sicuro in questa parte del mondo,  forse a parte la Agra Delhi (che però non ha un benzinaio in 230 km e i benzinai sono l'unica cosa che in india praticamente non è mai un problema, surrealismo indiano).
Svito la testa alla morte, nettamente almeno una vota, forse due in questi ultimi 3 giorni e 1100 chilometri. La mia Arteha Ganesh va benissimo. Considerati i 34 anni di servizio. Arrivo nella valle del Paravati e mi fermo un po’ il Rajasthan è stata un’altra grande esperienza. Questi tre giorni di viaggio, idem. Ora ci rilassiamo tra le tette di Mamma Parvati. Il suo latte si chiama Charrua.
Ora sono qui inattesa di fare un po' di trekking, ozio da 15 giorni, dapprima con un gruppo di amici israeliani , ora con una nuova compagna di viaggio, tedesca, immagino anticamente sia stata una ninfa. Comunque un’altra rinnegata di Atlantide. La prima per me come amante.

Intanto qui a Kasol il tempo scorre e preparo nuovi progetti…