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mercoledì 19 novembre 2014

Manali-Leh in moto... continua

[...]
Fermi tutti ho il cavo di ricambio. Ragazzo saggio.
Non so cambiarlo.
So farlo io! Esclama un sorridente ragazzo indiano, facente parte di un gruppo di sei sedicenti (!?) ragazzi di Delhi, con la macchina rotta due chilometri più avanti.
Lo lascio fare, sapendo bene che qui in India più o meno tutti sanno mettere le mani su una Royal Enfield.
Lui non ci riesce, manca qualcosa.
Allora aspettiamo. Sofia nell’attesa trova un passaggio per andare alla caserma militare dove, sicuramente, ci sarà un meccanico.
Nel frattempo io trovo un ragazzo che dice di saper perfettamente riparare una moto, in caso abbiamo tutti i pezzi. Lo porto alla tenda, e dopo due minuti mi dice che non si può fare, manca l’ago del carburatore.
Come fa a mancare l’ago del carburatore (il carburatore ha un ago!????) era accesa venti minuti fa, ci ho girato.
Allora qualcuno ha fatto qualcosa. Allora l’amico Indiano, il primo, ha fatto un danno, ha perso l’ago, anche se effettivamente, come ha fatto a perdere quest’ago, non si sa.  Sta di fatto che senza quest’ago…
Arrivano i militari, sofi dietro in moto con qualcun altro, perché le donne non possono salire su mezzi militari Indiani. Ovviamente non ci sono donne militari in India. Non sono ammesse, credo. Questa ragazzina di 19 anni, bella come un angelo, è riuscita a far muovere, l’esercito. Un camion e tre militari di cui uno Sikh, si presentano. Lei felicissima, racconta di esser stata accolta alla grande, le hanno offerto succo di mango, ha parlato al telefono col comandante… E’ venuto il meccanico. Niente, senza ago non si muove, esercito o non esercito. Avremmo potuto smuovere la NATO. Ci vuole un cazzo ago. O si torna in qualche modo indietro a Keylong, arriviamo stasera, e torniamo domani sera, o lasciamo la moto qui e in qualche modo faremo, manderemo a prenderla, o magari troviamo un modo per rispedirla a Manali. Non avendo trovato in un paio d’ore posto su un tir per caricarla. Nessuno si arrabbia, nessuno perde la pazienza. Non ci si lamenta, si guarda la perfezione dell’universo, ci si incuriosisce e ci si butta in questa nuova avventura. Metà viaggio in moto, meta autostop sui tir. Il modo più lento e comodo di viaggiare in India. Praticamente gratis. Comodi, perché in india, a parte il sedile del conducente, tutta la cabina è coperta, sempre, da un cuscino-materasso. Comodissimo. Partono i Chillum e si "bumma" l’Himalaya e la potenza di Shiva, cristallina da queste parti. Fermata notturna a Pang, 4600 metri. Passati altri due passi. LA notte è tranquilla, sotto grandi coperte, il giorno dopo i nostri amici partono presto, noi decidiamo di prendere il primo tir che passa e va fin su. Lo becchiamo dopo un oretta. Più silenzioso e leggermente più veloce del primo. Lui non parla assolutamente inglese.  Il primo un po’. Cerco di farmi valere con il mio indiana, ancora poca cosa, ma qualcosina qui e li incastro, un po’ di vita viene raccontata, molto stilizzata. Gonfio sempre il petto quando loro si meravigliano che io sappia leggere il devanagari (l’alfabeto indiano) , e io rilassato, ma si non è difficile, tre giorni e lo impari. E il mio ego si sente poliglotta quando la realtà è che dico tre o quattro cose in indiano, anche leggendolo, non so effettivamente quello che sto leggendo. Per il resto si parlicchia Spagnolo e ormai un inglese di cui non mi lamento. Anche perché mi ritrovo spesso ormai a pensare in inglese e fa sempre un certo effetto.  Quindi si passa per il secondo passo più alto al mondo, il maggiore di questa strada, il Tanglang. 5300 metri e passa, qui davvero senti l’aria che manca, esercizio e tutto apposto. Ultima sosta prima della dogana per i tir. Incontriamo il primo Tir, l’autista giovane con il proprietario del tir. Il proprietario del primo e il guidatore del secondo (il secondo viaggia da solo) si conoscono, dice il tipo, lui è stato il mio driver per 5 anni! Mezz’ora di riposo e si riparte, i due driver si cambiano tir. Quindi rimaniamo sul secondo tir, ma primo driver.  In serata si arriva, torniamo sul primo tir, e arriviamo, finalmente, più riposati di quello che ci fossimo aspettati, a Leh. Una città particolare. Qui si vive a 3500 metri. Non è uno scherzo. Aria o no bisogna abituarsi, bisogna muoversi con calma e lasciare al fisico i un paio di giorni per adattarsi. Purtroppo arrivati a Leh la mia malattia esplode ferocemente, più forte di sempre. Il mio stomaco diventa una lavastoviglie e io divento un impianto a gas, letteralmente. Almeno non puzzano.
La cosa bella, incredibile, meravigliosa,  è tutto il viaggio che ti passa davanti agli occhi. Incredibile avventura, altro regalo di Mamma India, che tanto da e spesso, vedi la mia malattia tanto toglie. Comunque sempre ne vale la pena. Abbraccio Dudu, arrivato pochi giorni prima in bus, Oren, Oz gli altri amici Israeliani Non c’è stato nemmeno bisogno di un appuntamento, guarda caso ci siam beccati nel posto giusto al momento giusto. . E’ sempre un piacere rincontrarvi ragazzi.

mercoledì 15 ottobre 2014

Manali - Leh in moto


Come dicevo un viaggio incredibile. Ti mette a dura prova.
La prima tappa è stata Darcha, generalmente la gente si ferma a Keylong generalmente, ma a noi non attira e pochi chilometri dopo, diciamo quasi un oretta di moto ci fermiamo in questo paesino Darcha. Home stay.
La strada è stata piuttosto dura, traffico sul prima del passo di Rotang, che dicono essere il più duro, strada molto stretta e sterrata dopo con qualche fiumiciattolo nel mezzo. I piedi si bagnano ed e una tortura perché l’acqua è elida. Ecco perché vendevano tutti quegli stivali di gomma nelle bancarelle lungo la strada prima del passo…. Dicevo, ti mette a dura prova, anche non essendo difficilissima, è comunque una strada impegnativa, per chi è abituato ad andare in moto, ma comunque non è una strada che si dovrebbe fare in Royal Enfield, qui ci vorrebbe minimo un enduro. La Royal comunque è il nostro mezzo, carica, con chitarra al seguito, ma è anche quella che troverai di più lungo la strada come nel resto dell’India. In India si guida in Enfield, no Matter what. Qualsiasi siano le condizioni.
Arriviamo a Darcha stanchi, ma contenti, appagati. LA stanza che ci danno è un amore, con muro vetrata sull’Himalaya, generalmente adibita a tempio della casa. Rimaniamo un giorno in più anche perché qui il primo sospetto che il mio parassita, sia tornato. Quindi meglio partire riposati.
Si riparte di mattina, riposati. La prima parte del viaggio è semplice, poi si incontra una vera e propria cascata che ha fatto franare la strada. Tanta gente ferma, tante moto. Si passano ad uno, piano piano. Sofia attraversa scroccando un passaggio da un Sikh che guida un tir per la benzina. Da solo dovrebbe esser più facile, sono più leggero. Al mio turno parto, sparato in pria, ma la moto si blocca subito. Il punto debole della Royal, soprattutto la 350 è la frizione, quasi si brucia. Non posso rischiare di bruciarla totalmente o non cammineremo più. Quindi con l’aiuto di Sofi che nonostante il gelo dell’acqua torna indietro e un ragazzo, stivalato, indiano che aiuta un po’ tutti spingiamo guadando la cascata formatasi. Sento il freddo entrarmi nelle ossa, davvero mi spavento pensando di aver preso geloni alle dita. Dolore nel cervello, ma sono salvo, solo fortissimo freddo… ma devo fare il terzo cambio di calzini del viaggio.
Passato il peggio si viaggia, facilmente, sempre con estrema attenzione fino a Sarchu. Una sorta di campo base dietro una base militare.

Qui il primo e unico momento di confusione dovuta all’altitudine. Sofia parla e anche un altro ragazzo, io davvero non capisco nulla, sento solo confusione. Per calmarmi respiro solo con il diaframma, lo controllo. E tutto lentamente torna normale. Prendiamo una tenda e ci rilassiamo. Il  mio correre nella tenda adibita a bagno è l’unica cosa che tiene viva la serata. Entrambi nessun problema di altitudine, siamo a 4300 metri su per giù ne problemi durante la notte. Esercizi di respirazione e un po’ di meditazione non lasciano scampo a nessun problema data da aria e altitudine. Il giorno dopo siamo pronti per la partenza, preoccupati per la frizione, davvero al limite. Decido di fare una prova con la moto prima di caricarla. Funziona, meravigliosa, mi lancio in una di quelle scene da film, in piedi sulla moto, non sulla sella, solo mi alzo in piedi, e urlo. Urlo al mondo, all’immenso Himalaya, alla libertà. Vento tra i capelli e musichetta (ci starebbe, ma c’è solo il vento). Mi fermo, felicissimo…. E Stac. Stac? Stac, un filo si spezza. Quello dell’acceleratore. Cazzo.
[... continua...]



domenica 31 agosto 2014

Parvati in definitiva. Trips and Lovers.

Una delle cose più belle della Parvati Valley è Kirighanga. A 2960 metri c’è questo piccolo Ashram con un piccolo tempio. Accanto al tempio ci sono le famose terme, le hotsprings, meta di tutta la valle. Un posto incantevole, un posto magico, un posto spirituale, un posto dove ti possono capitare 40 o 50 chillum tra le mani, roba che manco Shiva in veste di Shankar… Ho passato 5 giorni a Kirighanga, c’era anche un abbozzo di Rainbow catering, una cosa mal riuscita, ma bello il tentativo. A Kirighanga hai l’Himalaya sbattuto in faccia. Per carità, già siamo sull’Himalaya, ma qui hai una montagna proprio in faccia, una potenza incredibile. A Kirighanga son salito con la bella rinnegata di Atlantide, ma poi son risceso con un erborista inglese…. Comunque, dicevo, prima di arrivare quassù sono stato due giorni a Pulga, un altro carinissimo villaggio a 2200 metri, ai piedi della magnifica Ferry Forest. Una massiccia foresta, con alberi antichi ed davvero notevoli, larghi. Alti. Tutto ricoperto da un fiabesco muschio che da il nome, non originale, ma tutti la chiamano così, alla suddetta foresta. E' luogo di trance party, purtroppo, talvolta. Fortunatamente è maggiormente luogo di magnifici viaggi psichedelici, spirituali o meno. Chiaramente non ho potuto perdere l’opportunità di assaporarne uno, fatto in gocce di quel lisergico amico che ti culla e ti porta oltre i famosi cancelli della nostra più comune percezione. Il primo in solitaria, il primo completamente nudo in una foresta incantata. Questo sull’Himalaya. Piuttosto epico. Ho dato luogo ad un intrigante rituale elementale, che a dir il vero non ho ben capito se ha funzionato del tutto…
Mi rendo conto che con il tempo il mio blog di viaggio è diventato blog di vita, magari un giorno mi pentirò di raccontare tutto. Magari no.
La connessione con la foresta è stata bellissima ed elegante, come spesso la trascendenza si mostra. Quale posto più adatto per una passeggiata dall’altra parte. Da una delle altre parti.
Torniamo a Kirighanga, dove incontro tre persone chiave per la vita in Parvati, per il mio viaggio spirituale e in ultimo per i lmio viaggio in sé.
Mattia, italiano, Jai Bolenath come peso da portare sulla pelle. Mattia è uno di Parvati, uno che ha Mother Parvati nel sangue dapprima di venir quassù. Devo dire che non siamo in pochi, Mother Parvati è una meravigliosa dama che ha molti discepoli, spesso incoscienti di questa speciale adozione. Mattia è un artista della terracotta, per la precisione crea magnifici Chillum naturali, senza puttanate. Qualcosa con cui Shankar, fosse mai stato reale, sarebbe stato fierissimo di utilizzare per le sue sieste. Mattia pian piano diventerà un amico, e sai già che son quelle amicizie che camminano piano, ma in un modo o nell’altro, ti ritroverai a raccontarti, magari proprio qui in valle, tra vent’anni o più.
Sara, poi. Una persona che so di aver incontrato molte volte in passato. So che questo concetto per molti è inaccettabile, ma parlo di vite passate.  Lei è uno dei miei spiriti guida, più o meno da sempre. Vedo questo meraviglioso unicorno sul polpaccio di una bella ragazza, che poi scopro esser italiana, che cavalca tra i colori dello spettro e non posso far meno che esclamare: “Il tuo unicorno mi fa venir voglia di un viaggio”. Sara si gira, e immediatamente, mi fa: “Cosa ne sai della Changa?”. La Changa è DMT. Più o meno. Più più che meno. Alcuni scienziati americani la definirono, in un esperimento guidato pochi anni fa, la molecola spirituale. Chiaramente qualcosa che conosco, studio, apprezzo, e chiaramente, desidero come ogni buon sciamano o psyconauta. Con lei il resto è conseguenza, un piacevole e intensa esperienza, in cinque. Un giorno che mi ha insegnato molto. Lei è sempre apparsa al momento giusto, sempre portando doni chiave, come io ho fatto, d’altronde, con lei in passato, ma qui si parla d’altro. Dirvi che sentire la potenza maschile dell’Himalaya come fosse un gorilla gigante che ti guarda furioso, è provare solo a farvi capire la superficie di quello che è stato quel giorno. Storie di viaggio. Storie indiane. Tra l’altro Sara ha un amica di quelle che quando le vedi la prima volta ti tolgono il fiato. Non sono io, ha fatto lo stesso effetto al mio amico che era rimasto pochi metri indietro, poi, quando l’ha vista. Sai quando vedi quel tipo di donne che ti fanno comportare dopo pochi secondi in maniera diversa… Parli con calma, sei più spiritoso del solito, schiena dritta, tutto inconscio, ma poi te ne rendi conto, e sorridi tra te e te… Quanto sei coglione! Certo, lei è davvero una bella donna, per inciso, innamoratissima del suo ragazzo, tutto in casa Italia, quindi faccio amicizia, sempre bello conoscere un’altra donna bella e simpatica, anche se probabilmente non la rivedrai più.
Rachel, l’erborista. Scendiamo giù, a Karol, io e Lei. La sexy erborista con cui letteralmente pomicio dove è più vietato, nella sacra hosting, mentre solo la luna spiava e la montagna dormiva… D’altronde bisogna prendersi non troppo sul serio. Con Rachela passerò un bellissimo compleanno a Lapass, altro villaggio a 2400m. Rachel ha avuto la bellissima idea di presentarmi Sophia, la sua giovanissima, incredibilmente bella,  amica. Fredda, distaccata, quasi bloccata. Nonostante la bellezza si nota appena eppure senti che ha un energia atipica per una ragazza così giovane. Sophia ha 19 anni e talvolta senti che ne 3000. Ho scritto 3000, non è un refuso. Per capire meglio informarsi su cosa sono i bambini indigo. Ecco Sophia è un chiaro esempio di ragazza indigo, piuttosto evidente.
Il giorno del mio compleanno, la sera a dire il vero, inizia il mio calvario. Inizio a stare male, ho contratto la Ameba Giardia e ci vorranno tre settimane per scoprirlo. Due mesi per sconfiggerlo, quasi dieci chili regalati al cielo, o meglio a l cesso, da un corpo che già di natura è magro e che in viaggio è sempre quel filo sottopeso. Sono diventato la lastra di me stesso. Mi ha impressionato fare la doccia, passare le mani sul mio corpo e sentire le ossa, li dove non le avevo mai sentite. Sono stato seriamente malato. Mortacci sua.
Per via del parassita, che all’inizio non identificato, mi ha sbattuto per terra, Rachel si è dimessa da amante di viaggio. Giustamente direi. Non avevo forza per nessun tipo di attività, nemmeno quelle da letto. E soprattutto la Giardia ti fa tuonare come un vecchio "faciolaro". Nel senso che tuoni dal tuo profondo fondoschiena, spesso e volentieri, senza troppe esotiche fragranze, almeno. Siamo in India, comunque io viaggio con l’incenso. Ne metto due alla volta così non sbagli.
Il parassita coincide con un momento in cui l’universo femminile volteggia variopinto in maniera meravigliosamente insistente. Rachel via, io inizio a sentirmi meglio (uno dei trucchi di molti parassiti è spezzarti la schiena, poi lasciare la corda per un po’, pochi giorni, per poi rimetterti all’angolo e gonfiarti come un vecchio Zodiac da gita domenicale sul po’ pieni anni ’60), quindi avendo conosciuto una deliziosa brasiliana che si stava dirigendo in quel di Vashist, nei pressi della evitata Manali (centro commerciale della scampagnata Indiana e del turismo non fai da te e anche di quello bislacco). Monto, quindi, in sella ad Aretha Ganesh, dopo un po’
 Di tempo che riposava e ci facciamo questi 80 Km in due ore attraverso la Parvati Valley e poi la Kullu Valley, per arrivare appunto a Manali e poi Vashist.
Vashist è carina, niente di che, ma visto l’inferno iperturistico e ipercommerciale di Manali, a pochi minuti, la vedi come un’oasi stile Parvati. Purtroppo il parassita colpisce la notte stessa, con una veemenza che sa di Godzilla. Credo di aver persona un paio di chili solo quella notte.
Cinque giorni, tra il malato terminale e l’hippy da Jam session, tra charras e risate, non si batte ovviamente chiodo, non ce l’avrei nemmeno fatta, ma comune un over trentenne secchissimo con l’abitudine di andare al bagno ogni venti minuti, non è un sexy alternativa per una sexy e glamour brasiliana da Copacabana. Mannaggia tutti i parassiti.
Si torna in Parvati e Sophia e Sam (il vecchio amico dello Sri Lanka, ribeccato ad Hampi, poi a Pushkar per l’Holi mi ha raggiunto anche qui) sono ottimi amici in un momento in cui davvero alterno  il mio stato tra il malatissimo inamovibile e il solito me, solo un po’ più calmo magro e stanco. Ottimi amici, davvero.
Sam parte e ci abbracciamo forte, come due fratelli che sanno che si rivedranno, ma non sanno quando e Sophia rimane li. IO pensavo che vista la situazione, vista l’età sparisse. Invece già dalla mattina dopo si presenta con un delizioso Mango Lassi e con parole dolci, una perfetta infermiera. IO la ringrazio, ma un paio di ore dopo inizio a domandarmi…. Ma?
Ecco, Sophia ed io siamo stati insieme. Due mesi, uno di questi mesi è stato Ladak. Abbiamo avuto un unione molto forte grazie ad un esperienza psichedelica leggendaria, di qui davvero non posso parlare. Sempre Changa.
Ci siamo visti, ci siamo riconosciuti, gli anni sono scomparsi e io mi sono ritrovato invaghito di una splendida diciannovenne inglese, alta bionda, un fisico da modella russa che ha fatto innamorare metà valle, della quale tutti mi chiedevano e io rispondevo… Nooooo, siamo amici, è troppo giovane, non la vedo in quell’ottica.... Niente, mia madre diceva sempre, non sputà per aria che te ricasca in testa. Non troppo fine , ma concetto chiaro. Sophia e Gianluca. O meglio Khia e Jimi. Abbiamo attraversato il cambio dell’era insieme e abbiamo vissuto esperienze brevi e davvero intense di cui quando e se parleremo apertamente, molti ci prendereanno per matti. Ma tanto ormai…
Quindi si parte, trovo un medico che mi da una meravigliosa cura che sembra funzionare, finalmente dopo tutta la merda inutile che ho preso e si parte!
Sosta a Vashist per incontrare i cari amici Israeliani, un paio di giorni e via sulla Transhimalayan Manali-Leh. Strada leggendaria, sogno di molti motociclisti, la strada più alta del mondo. A dire il vero poco più in la di Leh (città che si trova a 3500m)  c’è il Kardoungh La, il passo più alto del monto accessibile con macchine e moto. 5360 metri indicati dall’altimetro, qualsiasi cosa dicano i cartelli indiani, ma è comunque solo un tratto, il più alto del mondo. Se volgiamo considerare l’intera strada, la Manali Leh è il top. D’altronde siamo sull’Himalaya. Credetemi, passare con la moto o con la macchina su una strada che è più in alto di mezzo chilometro della vetta più alta d’Europa, fa un po’ impressione. E' qualcosa che senti. Senti anche letteralmente sul tuo fisico perché a 5300 metri l'ossigeno credo tocchi il 60% in meno, quindi respirare non è cosa semplicissima…

Il viaggio in moto è indimenticabile. Rimandato di un giorno perché ho fatto il botto come un cretino e nessuno si è fatto male, ma resta un qualcosa di indimenticabile.

sabato 17 maggio 2014

Aggiornamento. Introduzione alla Parvati Valley.

Ho pubblicato i video. Alla fine poco raccontano effettivamente del viaggio. Quindi butto giù due righe, per un po’di cronaca.
Con Manu partita io avevo un idea di andare a Cittogaraph, per il forte, ma passo soltanto, il posto non mi piace, do una veloce occhiata al forte e continuo dritto per Udaipur. In autostrada vengo accostato da un indiano in Enfield, non capisco lo saluto e accelero. Lui mi segue per chilometri, poi rallento e ascolto. Mi correva dietro per darmi un biglietto da visita. Guddu, proprietario dell'Haveli Pushkar Palace di Udaipur. Alloggio li, mi trovo benissimo, Udaipur è un altro gioiello del Rajasthan. Conosco Sasha, giapponese mezza americana Con cui condividerò un po’ di viaggio e un feeling poco più che platonico, ma si viaggerà bene insieme. Qui a Udaipur devo fare un piccolissima riparazione alla moto, cambiare una rondella perché perde un po’ benzina. 100 rupie, potevo farlo da solo… Dopo 6 giorni a Udaipur ci muoviamo per Jodhpur, la città blu, ma facciamo una notte di sosta, prima passando per Kumbhalgar, dove c’è un bel forte e le sue mura costituiscono le mura più lunghe al mondo dopo la grande muraglia. Da li Ranakpur, la mattina seguente per visitare un meraviglioso tempio Jain, e via verso Jodhpur. Bel viaggio, bela panorama, bei volti. Grande Rajasthan.
Jodhpur, altra posto incantevole. Di Jodhpur quello che è immancabile è lo strepitoso forte, punto storico importantissimo viste le vicende tra Merwar e Moghul in passato, e almeno una vista della città da un punto alto per capire perché la chiamano la citta blu. Stanza e guest house, condivisi con Sasha, sono bellissime. Sasha è un bella ragazza, una bella persona ed una brava scrittrice, quindi penso che le farò scrivere un paio di articoli per le mie foto, visto che il mio inglese per un articolo professionale, non è sufficiente. Al forte mi faccio leggere la mano da un tipo che sembra un professionista. Suggerito da una vecchia amica di scuola. Ci vado incuriosito per un arte che mi piacerebbe imparare. Lui non legge la sinistra, lui legge la mano che tu usi. Quindi la mia destra. A livello di personalità azzecca tutto, pauroso. Magari tutto quello che ero e che per fortuna in parte non sono più. Per quanto riguarda passato presente ci becca poco con me, qualche cantonata clamorosa, ma alla fine è un esperienza da cui ho imparato qualcosa.
Jaisalmer. Jaislamer è qualcosa che personalmente ha rischiato di farmi venire la sindrome di Stendhal. Ho versato lacrime, di nascosto, nel passeggiare all’interno di questo forte. Per mio gusto, per il momento emotivo in cui ero in quei giorni, quel posto è stato incredibile per me. Contando che non mi aspettavo assolutamente qualcosa del genere. Un forte vivo, con 3000 persone che vivono e lavorano all’interno di questa struttura che ha 800 anni e che è ancora lì incredibilmente magnifica, in mezzo al deserto, con i suoi lavori di scultura chirurgica in ogni facciata di templi, palazzi, Haveli. Ogni terrazzo, finestra e lavorato in maniera minuziosa. Tutto giallo oro. Tutto i forte e tutto fuori da l forte. E poi i il lago, bello come quello di Pushkar e forse di più. Jaislamer è uno dei posti costruiti dall’uomo più belli della mia vita. Come la pagoda di Yangon, i templi di Angkor Wat, Roma ovviamente, Istanbul. Ci sta pure Jaislamer, altro che.
Una notte nel deserto, che certo non è il Sahara, e la mia amica Sasha non è il grande amore che avevo al tempo, ma il deserto, con tanto di dune è  sempre il deserto e se posso una notte all’addiaccio sotto quelle stelle non la perdo. Quindi Cammello, che al solito è un dromedario non un cammello, ma pare sia una distinzione che non interessa più a nessuno. Come dire che blu Marlin e pesce spada sono al stessa cosa. Comunque….
Ci separiamo qui, lei va a Pushkar io dritto a Jaipur con tappa a Nagaur, perché 600 chilometri me sembrano troppo e perché a Nagaur pare ci sia un altro bellissimo forte. Così sarà, tra l’altro visita ad un interessante mercato e storiella da raccontare. La cosa divertente è che mi ritrovo con catena della moto rotta, proprio dopo i 330 km d istrada che portano a Nagaur. La catena si spezza a 200 metri dal meccanico. Quando si dice culo. Diciamo che ormai magnetizzo un bel po’ di energia positiva.
Il giorno dopo mi sveglio finalmente presto per partire, perché il caldo del Rajasthan nelle ore centrali sfiora ora i 42 gradi e qualcosa. Meglio partire massimo per le sette e mezza. Sta di fatto che il boss ha deciso che aprirà l’albergo pare alle 8. Cosa? Io sono imprigionato in albergo? Cioè mi state sequestrando? Dopo una mezz’ora di scampanate, suonate con a moto, urla per svegliare qualcuno… Niente. Decido. Butto giù il cancello e che lo spirito di Van Damme, Bruce Lee e Commando entrino nei miei piedi e nelle mie spalle perché è un cancello di ferro. Però siamo in india, alla fine quanto può esser serio quel cancello. Infatti. Due calci ben piazzati che qualche amico definirebbe uramawashigheri, se ricordo i nomi giapponesi. E giù. Ripeto, non sono io, è un cancello indiano. Parto per le 7 e 40 alla fine. Non che abbia guadagnato molto in fattore tempo.
Jaipur, la città rosa è una bella delusione. Se arrivi per la prima volta in India, qui, magari ti piace. CI sono sempre i volti indiani che sono fantastiche storie da osservare, ma la città rosa in sé è un’effettiva delusione. Il palazzo del Maharaja  è si bello, ma nulla di speciale considerate le meraviglie del Rajasthan, ma questa è la mia realtà, realtà di un occhio europeo cresciuto a Roma. A me il palazzo, lascia indifferente, l'Amber forte è bello, ma qui in Rajasthan sono abituato ad altro. Poi c’è il cannone su ruote più grande del mondo. Ha sparato due volte ha un gettito di quasi 30 chilometri e la legenda vuole che chi accenda il cannone per sparare deve esser nato sordo… Bello, mi spiace dirlo, non impressionante.
A Udaipur si era rotto lo schermo del computer, dopo una mezza odissea e una rapina a mano armata eseguita dalla Apple che prima ha rifiutato una assistenza in garanzia e poi mi ha fatto pagare quasi metà del Mac di nuovo, riesco a riprendere di nuovo il mio Mac, qui a Jaipur e mi chiudo a casa a lavorare perché tra i giorni in ritardo che avevo accumulato e questi 15 di scatti in Rajasthan senza computer… Mi servono tre giorni da 12 ore l’uno per mettermi a paro con gli articoli e le foto.  Da qui Parto per Agra con sosta a Abaneri, dove si trova uno delle costruzioni più magnifiche dell’uomo. Altro che Taj Mahal o il pushkarani e i templi di Hampi, qui troviamo il Chand Baori. Costruito come Pushkarani, ovvero una buca a sezione quadrata, con un interminabile scalinata che sembra geometria sacra. Generalmente queste sono costruzioni per raccogliere l’acqua e servire templi o zone circostanti, in passato. Questo invece è stato costruito con il tempio nel centro, è qualcosa di imperdibile ed è pazzesco che pochissimi siano a conoscenza di questo posto, che l’Unesco non lo consideri nemmeno. Roba che non c’è biglietto di ingresso e… dovrei farvi vedere le foto per farvi capire di quello di cui sto parlando. Comunque… Agra, poi.
Agra come è noto è un posto invivibile e inguardabile. Ci si va per il Taj Mahal e si scappa. Arrivo alle 5, alle 6 e 30 sono al Taj, alle 7 sono fuori. Il Taj è ovviamente molto bello, ma è il colpo d’occhio che regala attraverso porte e giardini disegnati apposta. La struttura è bella, ma di per se estremamente semplice, come fosse uno di quei palazzi che all’Eur a Roma chiamiamo Templi. Semplice e praticamente vuoto all’Interno. Ecco non voli in India per il Taj, perché solo in India ci sono cento cose più belle, però se ci sei è bene fare una visita.
E la mattina dopo prestissimo via, cercando di arrivare il più vicino possibile alla Parvati Valley.
Beh parto alle 6,30. Scelgo di fare l’unica vera autostrada per ora presente in India. La Agra Delhi. Tutte le altre, anche la maestosa strada che taglia tutta l’india a metà non è  più che una pericolosa superstrada. Sta di fatto che il tempo mi è avverso e ci metto un bel po’ per uscire da Agra, per via di pioggia, casino e segnaletica che spesso è montata sbagliata. Considero di arrivare in meno di tre ore a Delhi ce ne metto 4 e mezza. Prendo la grandine e mi devo fermare in mezzo all’autostrada e scavalcare le recinzioni per entrare in una fattoria dove mi scaldano dando fuoco a della merda di vacca essiccata. Grandine, in India, quando ieri faceva 39 gradi ed à la stagione secca.
Poi arrivi a Delhi che è l’inferno e solo per passare Delhi, senza davvero entrare perdo altre due ore. Tiro dritto e inizio a vedere incidenti, tir rovesciati, qualche morto. LA guida in India è pazzesca. E’ tutto pericoloso. Le regole non esistono e l’intelligenza non è alle stelle. Non si sa come dopo 11 ore arrivo quindi a Cittogaraph. Che mi aspettavo interessante invece è un cittadina moderna, dove non c’è nulla, dove i quartieri sono chiamati block 1, block 2 etc… e per loro sarebbe un progetto di città moderna. Un incubo post moderno. E pure costosa.
Ovviamente la mattina seguente scappo per il terzo giorno di fila in moto, mi aspettano 300 chilometri, di cui 23 di vera montagna indiana. Parto alle 8 arrivo poco prima delle 5. LA strada da fare è una delle cose più complicate della mia vita. Una perché so stanco, oggi chiuderò la mia 3 giorni con quasi 1100 chilometri all’attivo. Chilometri India. Se pensate che la Salerno Reggio sia un autostrada pericolosa, sappiate che non esiste qualcosa di così sicuro in questa parte del mondo,  forse a parte la Agra Delhi (che però non ha un benzinaio in 230 km e i benzinai sono l'unica cosa che in india praticamente non è mai un problema, surrealismo indiano).
Svito la testa alla morte, nettamente almeno una vota, forse due in questi ultimi 3 giorni e 1100 chilometri. La mia Arteha Ganesh va benissimo. Considerati i 34 anni di servizio. Arrivo nella valle del Paravati e mi fermo un po’ il Rajasthan è stata un’altra grande esperienza. Questi tre giorni di viaggio, idem. Ora ci rilassiamo tra le tette di Mamma Parvati. Il suo latte si chiama Charrua.
Ora sono qui inattesa di fare un po' di trekking, ozio da 15 giorni, dapprima con un gruppo di amici israeliani , ora con una nuova compagna di viaggio, tedesca, immagino anticamente sia stata una ninfa. Comunque un’altra rinnegata di Atlantide. La prima per me come amante.

Intanto qui a Kasol il tempo scorre e preparo nuovi progetti…